Il prezzo truccato del cibo: così i sussidi favoriscono carne e latticini

Il rapporto ONU 2026 mostra come decenni di aiuti pubblici, ricerca e infrastrutture abbiano reso più competitive le filiere animali, lasciando indietro legumi, frutta e verdura.

Ogni anno circa 540 miliardi di dollari sostengono i produttori agricoli. Quasi il 70% è legato a poche materie prime, tra cui latticini, carne bovina e colture destinate ai mangimi. Per chi guarda al sistema alimentare da una prospettiva vegan, il messaggio è chiarissimo: il prezzo alla cassa non è un fatto naturale. È anche una scelta politica.

Guardiamo il prezzo di un alimento e pensiamo che racconti una gara leale. Se costa poco, immaginiamo che sia più efficiente o più richiesto.

Ma dietro una confezione di latte o un taglio di carne bovina ci sono decenni di aiuti pubblici, ricerca, impianti e tecnologie. Dietro ceci, lenticchie e fagioli c’è invece un settore che, secondo le Nazioni Unite, è stato trascurato dalle politiche agricole.

Non è una gara ad armi pari. È la notizia più importante contenuta in The State of Food Security and Nutrition in the World 2026, il rapporto di FAO, IFAD, UNICEF, Programma alimentare mondiale e OMS.

Il documento cerca di capire perché, nel 2025, circa 2,69 miliardi di persone non potessero permettersi una dieta sana. Non è un rapporto vegan. Eppure mette in crisi l’idea che il mercato abbia scelto in modo neutrale quali cibi conviene produrre e consumare.

Il mercato non ha scelto da solo

Ogni anno i governi destinano circa 540 miliardi di dollari al sostegno dei produttori agricoli. Quasi il 70% di questi aiuti è legato alla produzione di materie prime specifiche: soprattutto cereali, zucchero, latticini, carne bovina e colture oleaginose utilizzate nei mangimi.

Facendo il calcolo, parliamo di circa 378 miliardi di dollari. Attenzione: non sono tutti destinati alla zootecnia. Dentro quella cifra ci sono anche cereali e zucchero per il consumo umano. Ma carne bovina, latticini e mangimi fanno parte in modo esplicito del gruppo di filiere che ha ricevuto la quota maggiore del sostegno.

Un sussidio non agisce soltanto nell’anno in cui viene erogato. Nel tempo attira investimenti, orienta la ricerca e favorisce impianti, trasporti e distribuzione.

È un effetto valanga: più una filiera viene sostenuta, più diventa forte; più diventa forte, più appare naturale continuare a sostenerla.

Gli aiuti, spiega il rapporto, hanno reso le materie prime sostenute più economiche delle alternative prive di sussidi e hanno creato infrastrutture che penalizzano frutta, verdura e legumi.

In altre parole, non è stato il mercato a scegliere da solo. Prima del mercato ha scelto la politica.

Perché i legumi sono rimasti indietro

I legumi sono nutrienti, conservabili e forniscono proteine senza passare attraverso l’allevamento. Eppure per decenni hanno ricevuto troppo poca ricerca.

Il rapporto parla di un sottofinanziamento cronico per legumi, frutta a guscio e semi. Mancano innovazione varietale, miglioramenti delle rese, tecnologie di conservazione e capacità di trasformazione.

Coltivare legumi non è sempre facile, ma il loro ritardo non è una legge di natura. Se per generazioni investi sul grano e quasi ignori lenticchie, ceci e fagioli, non puoi poi sostenere che i cereali fossero “naturalmente” destinati a vincere.

I progressi ottenuti per una coltura non passano automaticamente alle altre. Servono ricerca dedicata, varietà adatte ai territori, stoccaggio e impianti capaci di lavorare i raccolti.

Per FAO correggere questo squilibrio è una priorità urgente. Per il movimento vegan è la conferma di qualcosa che troppo spesso viene ridotto a una questione di gusti: se vogliamo mangiare più proteine vegetali, dobbiamo anche costruire le condizioni perché produrle sia conveniente.

Non servono altri soldi. Bisogna usarli diversamente

La parte forse più interessante del rapporto è che non chiede necessariamente di aumentare la spesa pubblica.

Secondo le simulazioni citate, ridistribuire gli aiuti già esistenti tra i diversi gruppi alimentari potrebbe far aumentare il consumo di frutta e verdura di circa il 10% nei Paesi OCSE e del 5% negli altri Paesi. Il tutto senza spendere un dollaro in più.

La riforma, però, deve essere graduale. Togliere rapidamente sostegno ai cereali di base, prima che siano disponibili alternative accessibili, potrebbe farne aumentare i prezzi e colpire le famiglie con redditi più bassi. Servono quindi investimenti nelle nuove filiere, protezione sociale e accompagnamento per gli agricoltori.

Ma il principio resta semplice: oggi non mancano soltanto le risorse. Manca una distribuzione coerente con il sistema alimentare che diciamo di volere.

In Europa carne e latticini sono già abbastanza economici

Sul caso europeo il rapporto usa parole molto nette.

In Europa i prezzi di carne e latticini sono già strutturalmente bassi grazie a decenni di sostegno politico concentrato e alla diffusione di allevamenti altamente capitalizzati e tecnologici. Per questo, afferma il documento, non esiste alcuna ragione per accelerare ulteriormente l’intensificazione del settore. È un passaggio enorme.

Significa che il prezzo conveniente di carne e latticini non dimostra, da solo, che quelle filiere siano le più efficienti o che rispondano meglio ai bisogni della società. Quel prezzo è anche il risultato di denaro pubblico, economie di scala e infrastrutture accumulate nel tempo.

Per Nord America, Europa e Oceania, la direzione indicata è un’altra: spostare gli aiuti verso gli alimenti nutrienti rimasti sottofinanziati, anziché continuare a sostenere produzioni il cui costo è già basso.

Da una prospettiva vegan, la contraddizione è evidente. Ai cittadini viene chiesto di compiere scelte più sane e sostenibili, mentre una parte del sistema pubblico continua a rendere più competitive proprio le filiere animali dalle quali dovremmo progressivamente allontanarci.

Il rapporto non è vegan. E va detto

Il documento ONU non considera gli animali come individui senzienti, ma come un gruppo alimentare. In Africa, il 69% dei Paesi rientra nella fascia di costo più alta per gli alimenti di origine animale. Per questo il rapporto propone di intensificarne la produzione, migliorare i servizi veterinari e sviluppare l’acquacoltura.

Nasconderlo sarebbe scorretto. Il rapporto ragiona in termini di accesso economico al cibo, non di diritti animali. È il limite della sua prospettiva: gli animali scompaiono come soggetti e restano visibili soltanto come prodotti.

Proprio per questo la conclusione sull’Europa pesa ancora di più. Persino dentro una logica economica, non c’è alcun motivo per spingere ancora sull’intensificazione zootecnica. Lo stesso rapporto avverte che sistemi intensivi fondati sull’uso sistematico di antimicrobici possono creare gravi vulnerabilità.

Economico oggi non significa necessariamente conveniente domani.

Un mondo più vegetale avrebbe bisogno di lavori diversi

Uno studio citato da FAO ha calcolato come cambierebbe il lavoro agricolo in diversi scenari alimentari. In quello vegano servirebbero circa 56 milioni di lavoratori in più nelle produzioni orticole, per soddisfare la maggiore domanda di frutta, verdura e legumi.

Non sarebbero però 56 milioni di nuovi posti netti. Considerando tutto il sistema agricolo, lo studio stima una riduzione del fabbisogno di lavoro tra il 22 e il 28% negli scenari vegetariano e vegano, soprattutto nei Paesi specializzati nell’allevamento.

La transizione, quindi, non creerà o distruggerà lavoro in modo uniforme: lo sposterà. Serviranno formazione, riconversione e protezione dei redditi.

Non si possono cambiare i campi senza occuparsi di chi oggi lavora nelle stalle, nei macelli e nelle filiere zootecniche.

Il cibo economico come carne e latticini può avere un conto nascosto

Il rapporto ricorda infine che le malattie legate a modelli alimentari non salutari generano costi nascosti stimati in 8.100 miliardi di dollari ogni anno.

Questa cifra non può essere attribuita interamente alla carne o agli alimenti animali. Mostra però perché il prezzo del supermercato non basta per stabilire quanto un cibo costi davvero alla società.

Una parte del conto ricompare altrove: nella spesa sanitaria, nelle emissioni, nel degrado del suolo o nella precarietà del lavoro. Abbassare i prezzi scaricando questi costi sulla collettività, avverte il rapporto, crea soltanto un’illusione di successo.

Ed è qui che la lettura vegan deve andare oltre il documento ONU. Al conto economico, sanitario e ambientale manca ancora una voce: il costo pagato dagli animali. Un costo che non compare negli indicatori, perché chi viene allevato e ucciso continua a essere contato come merce e non come soggetto.

La transizione vegan non comincia soltanto dal carrello

Il rapporto ONU 2026 non invita il mondo a diventare vegano. Ma demolisce l’idea che il sistema alimentare attuale sia il risultato spontaneo delle preferenze dei consumatori. Non lo è.

Le persone scelgono dentro un mercato costruito da decenni di politiche pubbliche. Le filiere che finanziamo e studiamo finiscono per apparire più convenienti, disponibili e perfino più “normali”.

È per questo che non basta dire alle persone di mangiare più legumi. Non possiamo chiedere alle proteine vegetali di vincere una gara dopo aver allenato, finanziato e attrezzato soprattutto i loro concorrenti.

La scelta individuale conta. Ma una vera transizione vegan comincia molto prima dello scaffale: nei laboratori, nei campi, nelle infrastrutture e nei bilanci pubblici.

Il prezzo alla cassa non è un fatto naturale. È anche una decisione politica. E le decisioni politiche possono cambiare.

Fonti

FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO, The State of Food Security and Nutrition in the World 2026, Roma, 2026. Rapporto completo e DOI.

Vittis, Y. et al., “Labour requirements for healthy and sustainable diets”, The Lancet Planetary Health, 9(10), 2025. Studio e DOI.


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