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VEGANOK e ASSOVEGAN firmano la open letter europea: “I consumatori meritano rispetto, non censura”

Dopo il voto dell'8 settembre in commissione agricoltura, VEGANOK e ASSOVEGAN firmano la open letter europea contro il divieto di usare termini come "burger" e "salsiccia" sui prodotti vegetali

Immagina di entrare al supermercato e non trovare più “burger vegetali” sugli scaffali. Al loro posto, nomi inventati che non ti dicono come cucinare quel prodotto. Fantascienza? No, è esattamente ciò che alcuni eurodeputati vogliono imporre. E dopo un primo tentativo fallito nel 2019, ci stanno riprovando nel 2025.

Ma questa volta la risposta è forte e organizzata: VEGANOK e ASSOVEGAN hanno firmato la open letter internazionale su noconfusion.org per difendere un principio fondamentale: i consumatori hanno diritto alla trasparenza e meritano rispetto.

Il nuovo tentativo del 2025

L’8 settembre 2025, la commissione agricoltura del Parlamento Europeo ha votato (33 favorevoli, 10 contrari, 5 astensioni) a favore dell’emendamento 645, che vuole vietare l’uso di termini come “burger”, “salsiccia” e “bistecca” sui prodotti vegetali. La proposta, presentata dalla deputata francese Céline Imart, è chiara: questi nomi devono essere riservati “esclusivamente alle parti edibili degli animali”.

Nelle prossime settimane, probabilmente a ottobre 2025, l’intera assemblea plenaria del Parlamento Europeo voterà su questa proposta. Se passa, milioni di consumatori europei dovranno imparare nuovi nomi per prodotti che conoscono benissimo.

VEGANOK e ASSOVEGAN: la risposta italiana

VEGANOK e ASSOVEGAN non sono rimaste a guardare. Le due realtà, che rappresentano centinaia di aziende italiane certificate e cittadini consapevoli, hanno firmato la open letter internazionale su insieme ad altre organizzazioni europee per dire basta a questa proposta.

Il messaggio è chiaro: i consumatori europei meritano rispetto, non paternalismo. Come sottolinea la campagna #NoConfusion, non c’è alcuna confusione reale tra i consumatori. C’è solo un tentativo delle lobby della carne di proteggere il proprio mercato a spese dell’innovazione e della libertà di scelta.

VEGANOK e ASSOVEGAN sono attive da anni a Bruxelles attraverso SAFE (Safe Food Advocacy Europe), portando le istanze degli imprenditori e dei consumatori del settore vegan direttamente al Parlamento Europeo. Non è la prima battaglia: VEGANOK ha già presieduto un board a Bruxelles sul significato giuridico del termine “vegan”, contribuendo alla creazione dello standard vegan unico europeo consultabile su www.veganstandard.eu.

Oggi la battaglia è ancora più importante: difendere il diritto dei consumatori a non essere trattati come incapaci di comprendere un’etichetta.

Ma i consumatori sono davvero confusi?

La risposta è un secco no. E i dati lo dimostrano da anni.

Nel 2019, quando ci fu il primo tentativo di censura, BEUC (l’Organizzazione Europea dei Consumatori) condusse un’indagine su oltre 11.000 consumatori in 11 Paesi UE. I risultati furono inequivocabili:

  • Il 42,4% ritiene che i nomi “meaty” debbano essere permessi purché i prodotti siano chiaramente etichettati come vegetariani/vegani
  • Il 26,2% non vede alcun problema nell’uso di questi termini
  • Solo il 20,4% pensa che non dovrebbero mai essere utilizzati

In altre parole, quasi il 69% dei consumatori non si oppone all’uso di termini come “burger” o “salsiccia” per prodotti vegetali.

Nel 2020, un altro studio dell’Organizzazione Europea dei Consumatori confermò che l’80% delle persone ritiene che i prodotti plant-based dovrebbero poter utilizzare questi termini.

E nel 2023? Il sondaggio Smart Protein rivelò che solo il 9% dei cittadini di nove Stati membri ha dichiarato di non riconoscere le alternative vegetali alla carne.

I consumatori vogliono chiarezza, non censura.

Perché? Semplice: i nomi tradizionali comunicano immediatamente come usare il prodotto. “Burger” dice: va nel panino, si cucina come un hamburger, si accompagna con le stesse salse. Un nome inventato lascia il consumatore nel dubbio.

È questa la trasparenza per cui VEGANOK e ASSOVEGAN combattono: il diritto dei consumatori a capire immediatamente cosa stanno comprando e come prepararlo, senza dover decifrare terminologie inventate e confuse.

Una battaglia che si ripete

Il tentativo del 2025 non è il primo. Nel 2019, i membri della commissione agricoltura del Parlamento Europeo avevano già votato per vietare termini come “burger” e “sausage” sui prodotti vegetali. Ma quella proposta venne respinta in plenaria.

Nel 2021 arrivò l’emendamento 171, ancora più insidioso: avrebbe vietato anche descrizioni come “alternativa al burro” o “prodotto tipo formaggio” per i prodotti lattiero-caseari vegetali. Anche questo fu ritirato dopo forti proteste.

Sei anni dopo il primo tentativo, con un Parlamento più spostato a destra, ci stanno riprovando. E questa volta il rischio è concreto.

La contraddizione della Corte UE

Il paradosso è evidente: nel 2024, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea aveva stabilito che nessuno Stato membro poteva proibire alle aziende di utilizzare questi termini sulle etichette dei prodotti vegani. La più alta corte dell’UE aveva ritenuto la legislazione esistente “sufficiente per proteggere i consumatori da possibili inganni”.

Un anno dopo, il Parlamento vuole fare esattamente il contrario. E questo è precisamente ciò che rende indispensabile l’azione di VEGANOK e ASSOVEGAN: difendere ciò che la stessa Corte europea ha già riconosciuto come diritto delle aziende e, soprattutto, dei consumatori.

Chi ci guadagna davvero?

Non i consumatori. Allora chi beneficia del divieto? L’industria della carne. Come evidenziato dal fatto che una dozzina di Stati membri hanno fatto pressione per impedire queste denominazioni sui prodotti plant-based.

VEGANOK e ASSOVEGAN lo denunciano chiaramente: questa non è una questione di tutela dei consumatori, è una questione di protezione di interessi economici consolidati a spese dell’innovazione e della libertà di scelta.

L’azione concreta: la open letter #NoConfusion

VEGANOK e ASSOVEGAN non si limitano a denunciare: agiscono. La firma della open letter su noconfusion.org è solo l’ultimo passo di un impegno costante che include:

  • Mobilitazione delle centinaia di aziende certificate per far sentire la voce dell’industria italiana al Parlamento Europeo
  • Coordinamento con SAFE per presentare dati scientifici e posizioni tecniche che smontano le motivazioni ufficiali del divieto
  • Pressione attraverso la rete di contatti consolidata negli anni di lavoro a Bruxelles
  • Informazione capillare attraverso l’Osservatorio VEGANOK

Il messaggio che portano a Bruxelles è forte e chiaro: i consumatori europei non sono confusi, sono perfettamente in grado di leggere un’etichetta. E meritano di essere trattati come tali.

Nelle prossime settimane sapremo se il Parlamento Europeo ascolterà i consumatori, la scienza e le organizzazioni che li rappresentano, o se cederà alle pressioni delle lobby della carne.


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