il pesce fa male

Sai cosa mangi davvero quando porti in tavola salmone?

Alzi la mano chi, crescendo, ha sempre creduto che mangiare pesce fa bene alla salute. Un pensiero duro a morire, dietro cui si cela una realtà molto diversa per noi, gli animali e l'ambiente. Qui in particolare parliamo del consumo di salmone, seconda specie ittica più richiesta al mondo dopo il tonno.

Molti di noi sono cresciuti pensando che il pesce sia un alimento sano e benefico per l’organismo e che, per questo, andrebbe consumato regolarmente: ma è davvero così? In realtà, il consumo di pesce ha ripercussioni negative sulla salute dei consumatori, ma anche un impatto ambientale enorme, di cui si parla troppo poco. A questo, ovviamente, si aggiunge il risvolto etico della questione: il numero di pesci che vengono macellati ogni anno nel mondo è talmente alto che non viene misurato in base agli individui, ma calcolato in base al peso. 

Negli anni, non sono mancate le inchieste e gli approfondimenti su questo tema, che hanno portato alla luce una realtà molto diversa da quella a cui ci hanno abituato a pensare. Lo scorso anno, l’uscita su Netflix del docufilm SeaSpiracy ha messo in discussione il concetto di “pesca sostenibile”, portando alla luce l’impatto distruttivo che le attività umane hanno sui mari. La pesca, e soprattutto la pesca intensiva e illegale, sta distruggendo gli ecosistemi marini a una velocità incredibile. 

In questo approfondimento, però, vogliamo concentrarci sulla realtà che si nasconde dietro al consumo di una tipologia di pesce in particolare, il salmone, il secondo pesce più richiesto al mondo dopo il tonno: secondo la FAO, nel 2020 la produzione globale di salmone atlantico d’allevamento è aumentata di circa il 3-4%, arrivando a 2,7 milioni di tonnellate.

L’orrore negli allevamenti di salmone

Il salmone è considerato un pesce pregiato, il cui consumo è da preferire rispetto ad altre tipologie per i suoi presunti benefici per la salute. Un servizio della trasmissione “Le Iene” andato in onda qualche mese fa, però, ha portato alla luce una realtà preoccupante non solo per l’ambiente, ma anche per la salute pubblica. 

Nell’inchiesta “C’è salmone e salmone” di Matteo Viviani, vengono mostrate le condizioni in cui i salmoni sono allevati intensivamente, per far fronte all’enorme richiesta della loro carne. Enormi vasche da 30 metri di diametro, che possono rinchiudere fino a 100 mila esemplari, ammassati gli uni sugli altri. Condizioni di estremo sovraffollamento, che determinano non solo un problema a livello etico, ma anche per la sicurezza pubblica: un po’ come accade negli allevamenti intensivi “di terra”, il sovraffollamento favorisce la diffusione di malattie e parassiti; tra questi i pidocchi di mare, che mangiano letteralmente vivi i salmoni.

Per questo, la soluzione è quasi sempre l’impiego di farmaci, specialmente antibiotici, somministrati a scopo preventivo, ma anche l’uso di sostanze chimiche direttamente nel mangime dei pesci e nelle vasche che li contengono. Le analisi di laboratorio condotte dal programma tv, dimostrano che un campione di carne di salmone su cinque analizzati contiene quantità di sostanze chimiche superiori a quelle consentite dalla legge. 

Ma non è tutto, perché esistono delle deroghe ai limiti massimi consentiti: due dei campioni analizzati sarebbero fuori legge, ma la loro commercializzazione è permessa grazie a una concessione dell’Unione Europea. 

Indovina chi viene a cena: “sano come un pesce”… o no?

Del 2016 è la puntata di “Indovina chi viene a cena”, il programma Rai condotto dalla giornalista Sabrina Giannini, dal titolo “Sano come un pesce”. Anche qui, scopriamo che gli allevamenti di salmone non hanno niente a che vedere con l’idea del pesce “selvaggio” che risale la corrente dei fiumi e che ci presentano nei documentari. Anzi, quasi tutto il salmone che consumiamo deriva proprio dagli allevamenti del Nord Europa.

Anche questa inchiesta mostra immagini aberranti, acque sovraffollate e sudice, sulle quali galleggia una patina opaca fatta di residui chimici e vomito dei pesci stessi. “Usano le maschere mentre buttano le sostanze chimiche nelle vasche, per proteggersi dal loro effetto tossico – afferma Kurt Oddekalv, fondatore dell’associazione Green Warriors of Norway – ma le aziende che allevano negano questi trattamenti chimici”. Un problema enorme dal punto di vista ambientale, ma anche per i consumatori: le sostanze impiegate possono avere effetti cancerogeni, e risultare perfino genotossiche, ovvero modificare il DNA di chi le ingerisce. 

La questione etica e ambientale

L’industria del pesce ha delle caratteristiche particolari: non solo la macellazione di questi animali non è regolamentata da nessuna legge specifica, ma la “diversità” dei pesci rispetto ai mammiferi rende le loro sofferenze meno evidenti, e forse meno gravi, agli occhi dei consumatori. Questo si traduce in pratiche di macellazione estremamente crudeli, che includono l’asfissia, la decapitazione e il congelamento con Co2. Nel servizio de “Le iene” si vede un operatore prendere ripetutamente a martellate i salmoni, per poi procedere a tagliare e strappargli le branchie. Il tutto, quando i pesci sono ancora vivi.

In più, non bisogna dimenticare che l’uso di farmaci e sostanze chimiche è molto pericoloso per l’ambiente: acque inquinate e distruzione degli ecosistemi sono una conseguenza quasi certa in queste strutture.

Il consumo di pesce, e in particolare di salmone, non è etico né sostenibile. Le alternative, però, non mancano: nell’ultimo periodo si parla sempre più spesso di pesce vegetale e delle sue potenzialità sul mercato globale. Un trend in forte espansione, che vede piccole start up, ma anche grandi aziende del calibro di Impossible Foods e Nestlé, impegnate nella creazione di alternative vegetali ai prodotti ittici, specialmente tonno e salmone.


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