eat sounding UE 2026: accordo sul divieto dei termini vegetali, burger vegano salvo

Meat sounding UE: l’elenco dei termini autorizzati e vietati

L'UE vieta 31 termini sulle etichette dei prodotti vegetali. Burger e salsiccia invece si salvano, ma è davvero una vittoria?

Ieri, 5 marzo 2026, l’Unione Europea ha trovato un accordo sul meat sounding: 31 denominazioni legate alla carne — da “bistecca” a “bacon”, da “coscia” a “filetto” — non potranno più comparire sulle etichette dei prodotti vegetali. Ma “burger”, “salsiccia”, “nuggets” e “prosciutto” restano liberi.

Qualcuno lo chiamerà compromesso. Qualcuno lo chiamerà vittoria parziale. Qualcuno, e tra questi ci siamo anche noi di VEGANOK, si chiederà se vale davvero la pena esultare.

La risposta breve è no. O meglio: sì, ma con un retrogusto amaro che non passa.

Cosa è stato deciso e cosa succede ora

Il trilogo (il tavolo negoziale tra Parlamento Europeo, Consiglio e Commissione) ha approvato oggi la lista dei termini vietati nell’ambito della revisione del regolamento OCM (Organizzazione Comune dei Mercati). I dettagli tecnici del testo saranno finalizzati il 13 marzo, poi il dossier passerà al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca e alla plenaria del Parlamento. Le aziende avranno tre anni per adeguarsi.

Il divieto si applica anche alla carne coltivata — un settore che in Europa non ha ancora nemmeno un prodotto sul mercato. Un segnale politico chiarissimo su dove si vogliono tracciare i confini dell’innovazione alimentare.

I 31 termini vietati

Carni generiche:

  • Manzo (beef)
  • Vitello (veal)
  • Maiale (pork)
  • Pollame (poultry)
  • Pollo (chicken)
  • Tacchino (turkey)
  • Anatra (duck)
  • Oca (goose)
  • Agnello (lamb)
  • Montone (mutton)
  • Ovino
  • Capra (goat)

Tagli e parti anatomiche:

  • Fuso (drumstick)
  • Filetto (tenderloin)
  • Controfiletto (sirloin)
  • Fianco (flank)
  • Lombo (loin)
  • Costine (ribs)
  • Spalla (shoulder)
  • Stinco (shank)
  • Braciola (chop)
  • Ala (wing)
  • Petto (breast)
  • Coscia (thigh)
  • Punta di petto (brisket)
  • Costata (ribeye)
  • T-bone
  • Scamone (rump)

Altri:

  • Bacon
  • Bistecca (steak)
  • Fegato (liver)

I termini che restano consentiti

  • Burger
  • macinato
  • salsiccia
  • nuggets
  • prosciutto (ham)
  • schnitzel
  • chorizo
  • pastrami

Una vittoria? Parziale.

Salvare “burger” e “salsiccia” non è poco, sono i termini più usati, quelli che il mercato ha costruito negli ultimi dieci anni. Ma festeggiare perché ci hanno concesso di tenere “burger” e “salsiccia”, dopo averci tolto trentuno termini, sarebbe come ringraziare qualcuno che ti ha rubato il portafoglio perché ti ha lasciato le chiavi di casa. Il portafoglio era tuo. Le chiavi erano tue. Non ti hanno “dato” niente, ti hanno restituito una piccola parte di ciò che era già tuo per diritto, per uso consolidato, per riconoscimento dei consumatori. E nel frattempo, “bistecca vegetale”, “filetto di seitan”, “braciola di tempeh” tutto sparito. Termini che le aziende hanno costruito in anni di lavoro, che i consumatori avevano imparato a riconoscere, che il mercato aveva adottato con naturalezza. Persi. In cambio di un sorriso e di un “però il burger ve lo lasciamo”.

Il quadro che emerge è quello di un’istituzione europea che ha scelto, ancora una volta, di proteggere un’industria consolidata piuttosto che accompagnare una transizione alimentare che i dati, la scienza e i consumatori stessi indicano come necessaria e urgente.

Quella stessa UE che ha finanziato programmi per le colture proteiche, che ha dichiarato la sostenibilità alimentare tra le sue priorità, che nel Green Deal ha scritto di voler ridurre il consumo di carne — ha appena alzato un muro normativo contro i prodotti che quella transizione la concretizzano sugli scaffali.

I dati che il Parlamento ha scelto di ignorare

La giustificazione ufficiale del divieto è sempre la stessa: proteggere i consumatori dalla confusione. Peccato che i consumatori europei non siano confusi. Affatto.

  • In Italia, il 90% di chi acquista prodotti vegani sa esattamente cosa sta comprando.
  • In Olanda, su 20.000 persone intervistate, il 96% distingue perfettamente una salsiccia veggie da una di maiale.
  • Nel Regno Unito, il 92% dei consumatori afferma di non aver mai acquistato un burger vegetale credendolo di carne.
  • Nel sondaggio Smart Protein 2023, solo il 9% dei cittadini di nove Stati membri ha dichiarato di non riconoscere i prodotti plant-based.

E non è solo una questione di sondaggi. Nel 2024, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea aveva già stabilito che nessuno Stato membro può vietare questi termini, avvertendo che farlo potrebbe generare più confusione, non meno. Il Parlamento ha ignorato la propria Corte. Ha ignorato i dati. Ha ignorato i consumatori.

VEGANOK c’era. E continuerà a esserci.

Questa battaglia non è nata oggi. VEGANOK, ASSOVEGAN e UNIVEGAN la combattono da anni, portando la voce delle aziende certificate e dei consumatori italiani a Bruxelles attraverso SAFE (Safe Food Advocacy Europe).

Nel 2019, il primo tentativo di vietare questi termini fu bocciato in plenaria — anche grazie alla mobilitazione del settore. Nel 2021, l’emendamento 171 — ancora più restrittivo, vietava perfino “alternativa al burro” — fu ritirato dopo forti proteste. Nel 2025, con il voto del Parlamento (355 sì, 247 no), la proposta è tornata più forte che mai.

VEGANOK e ASSOVEGAN hanno firmato la open letter internazionale su noconfusion.org, insieme a oltre 600 aziende e organizzazioni europee — tra cui Beyond Meat, Quorn, The Vegetarian Butcher, Linda McCartney. La petizione collegata aveva raccolto quasi 340.000 firme di cittadini europei. Una voce enorme, che i legislatori hanno scelto di non ascoltare fino in fondo.

“Questa non è una vittoria della trasparenza”, aveva dichiarato Sauro Martella, founder di VEGANOK, dopo il voto di ottobre 2025. “È una vittoria degli interessi economici consolidati contro l’innovazione, la libertà di scelta e il buon senso.”

Il risultato di oggi conferma quella lettura. Il compromesso raggiunto non cambia la direzione di marcia: è un passo indietro mascherato da mediazione.

Cosa significa per le aziende del settore

Per chi produce e distribuisce prodotti vegetali, i prossimi tre anni saranno un cantiere aperto. Tutti i prodotti che utilizzano uno dei 31 termini vietati — nomi di tagli, razze, parti anatomiche — dovranno essere riposizionati con nuove denominazioni. Nuovi packaging, nuovi materiali di marketing, nuove registrazioni. Costi reali, per aziende spesso piccole e medie.

L’Osservatorio VEGANOK seguirà da vicino l’iter verso il voto definitivo e, nelle prossime settimane, pubblicherà un’analisi di impatto per il mercato italiano, con indicazioni pratiche per le aziende certificate.

Il paradosso che nessuno vuole vedere: “plant-based” non significa vegan

C’è un’ultima ironia in tutta questa vicenda, e riguarda direttamente i consumatori che si vorrebbe “proteggere”.

Mentre il legislatore europeo si affanna a vietare termini come “bistecca di seitan” perché potrebbero ingannare qualcuno, lascia prosperare indisturbata una delle ambiguità più concrete e documentate nell’etichettatura alimentare di oggi: il termine “plant-based”.

“Plant-based” è ormai ovunque: sugli scaffali, nei menu, nelle campagne pubblicitarie. E la stragrande maggioranza dei consumatori lo legge come sinonimo di “vegetale”, “vegano”, “senza ingredienti animali”. Ma non lo è. Non necessariamente.

Un prodotto “plant-based” può contenere uova, latticini, miele o altri derivati animali. Non esiste una definizione legale vincolante che impedisca di usare questo termine su prodotti che includono ingredienti di origine animale. Il risultato è che migliaia di consumatori — compresi vegani, persone con intolleranze o allergie, e chiunque faccia scelte alimentari consapevoli acquistano prodotti “plant-based” credendo di scegliere qualcosa di completamente vegetale, quando non lo è.

Questa è una truffa comunicativa reale. Misurabile. Concreta.

Eppure nessuno, in queste settimane di dibattito furioso sul “burger vegano”, ha trovato il tempo di affrontarla.

Dall’Osservatorio VEGANOK lo sottolineiamo da sempre: la certificazione VEGANOK esiste precisamente per offrire ai consumatori una garanzia che il termine “plant-based” da solo non dà. Un prodotto certificato VEGANOK è verificato, trasparente, privo di qualsiasi ingrediente di origine animale. Se l’Europa vuole davvero tutelare i consumatori dalla confusione, sappia dove cercarla.

La domanda che resta aperta

Quando l’Europa parla di transizione ecologica, di riduzione dell’impatto zootecnico, di sistemi alimentari sostenibili e poi vota per rendere più difficile riconoscere e acquistare i prodotti che quella transizione la incarnano qualcosa non torna.

Il “burger vegano” si è salvato. Il “plant-based” confonde ancora. E la direzione resta sbagliata. Noi continuiamo a dirlo.


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