Cina, riparte il Festival di Yulin: giuste rabbia e indignazione, ma manca consapevolezza

Oggi riparte il Festival di Yulin, 10 giorni durante i quali verranno torturati, uccisi e mangiati almeno 10 mila tra cani e gatti. Le polemiche insorgono, l'indignazione dell'Occidente è alle stelle, ma cosa c'è di diverso dagli allevamenti intensivi?

Come ogni anno dal 2009, il 21 giugno riparte in Cina il Lychee and Dog Meat Festival, conosciuto a livello internazionale come Festival di Yulin, una delle manifestazioni più contestate al mondo. Dieci giorni durante i quali migliaia di cani (e gatti) vengono catturatiuccisi e poi macellati, per finire nel piatto di abitanti del luogo, ma anche di numerosi curiosi e turisti. Questa manifestazione non ufficiale si svolge per le strade di Yulin, nella Regione autonoma del Guangxi, nel sud del Paese, e porta con sé torture e orrori indicibili per migliaia di animali – più di diecimila in soli dieci giorni, secondo le fonti ufficiali.

Non sono bastate negli anni le proteste, il lavoro degli attivisti locali e internazionali, né l’indignazione dell’opinione pubblica: giusto ieri, come riporta l’associazione animalista Humane Society International (HSI), la polizia – insieme a un gruppo di attivisti – ha intercettato e fermato un camion con a bordo 386 cani, diretto nella cittadina. I cani, secondo i testimoni, erano un misto di razze, e alcuni indossavano ancora i collari per animali domestici. Molti sembravano essere in cattive condizioni fisiche con occhi infetti e malattie della pelle. Sono stati trasferiti in una struttura della polizia, dove per 21 giorni riceveranno adeguate cure veterinarie. Trascorso questo tempo, se il trafficante rifiuterà di pagare una salatissima multa (cosa assai probabile, perché la multa supera il profitto che otterrebbe dalla vendita dei cani), i cani verranno rilasciati agli attivisti.

Rabbia e indignazione non bastano

Ancora una volta, facciamo i conti con un orrore che indigna l’occidente e contro il quale, da sempre, lottano le associazioni animaliste di tutto il mondo, Cina compresa: ogni anno i volontari cercano di salvare quanti più cani possibile prima che vengano bolliti vivi direttamente di fronte ai partecipanti, smembrati e infine serviti insieme a riso bianco e lychee (da qui il nome della manifestazione).

Tutto questo orrore continua nonostante si sia discusso nel 2020 lo stop al consumo di carne di cane e di gatto in Cina. La notizia è arrivata dopo il divieto di consumare carne di animali selvatici e dopo che Shenzhen è diventata la prima città cinese a vietare la vendita e il consumo della carne di cane e gatto. Il Ministero cinese dell’Agricoltura e degli Affari rurali ha escluso per la prima volta cani e gatti dall’elenco delle specie animali considerate commestibili a livello nazionale: i cani sono stati dichiarati animali “da compagnia” e non “bestiame”. Eppure, nulla sembra ancora effettivamente cambiato.

Consumo di carne di cane: quali sono i numeri?

Partiamo col dire che, secondo HSI, il consumo di carne di cane e gatto in Cina è una tradizione sempre meno seguita. Sono soprattutto gli uomini più anziani a tenere viva questa usanza, nell’errata credenza popolare che la carne di cane – specialmente quella di esemplari molto amati – abbia enormi benefici per la salute. Ogni anno vengono uccisi 30 milioni di cani in tutta l’Asia per la loro carne, mentre si stima che siano 10 milioni i cani che annualmente vengono uccisi solamente in Cina per il commercio di carne.

Commercianti di cani e gatti rubano gli animali dalle strade o dai cortili privati, oppure li comprano direttamente dai proprietari per rispondere a questa domanda che, seppure in diminuzione, rimane comunque viva in tutta l’Asia. Gli animali vengono ammassati uno sull’altro sul retro di piccoli camion e costretti all’immobilità per giorni – malati, affamati, assetati, feriti e impauriti – poi rinchiusi in minuscole gabbie in attesa del massacro; picchiati a morte o impiccati nei macelli o nei mercati, vengono poi cucinati e serviti nelle più disparate preparazioni.

Crediti: Humane Society International

Eppure, secondo HSI, “in Corea del Sud e in Cina, la maggior parte delle persone non mangia carne di cane, anche se ci sono zone e periodi dell’anno in cui il consumo aumenta. In Corea del Sud si consuma più carne di cane durante il Bok Nal (i giorni più caldi dell’estate) che in altri periodi dell’anno. In Cina, c’è un aumento del consumo nelle province “hotspot” come Guangdong, Yunnan, Guangxi (dove si svolge il festival di Yulin), Jilin e Liaoning”. I numeri parlano chiaro: la maggioranza della popolazione di Yulin (72%) non mangia regolarmente carne di cane, nonostante gli sforzi dei commercianti per promuoverla. La maggior parte dei cittadini cinesi (64%), invece, vorrebbe vedere la fine del festival di Yulin, e più della metà (51,7%) ritiene che il commercio di carne di cane dovrebbe essere completamente vietato.

Cultura e tradizioni alla base delle diversità

Ogni anno, con l’avvio del Festival di Yulin, l’opinione pubblica si scaglia contro quella che viene considerata “una barbarie, un comportamento anacronistico e crudele”. L’Occidente non può e non deve permettere che, in Asia, cani e gatti vengano torturati e uccisi per portare avanti tradizioni brutali, che niente hanno a che vedere con una società che possa definirsi civile.

Chi segue il nostro lavoro sa che, come persone e come Network, condividiamo questo punto di vista e ci schieriamo con fermezza contro il commercio e il consumo di carne di cane o gatto, indipendentemente dalle celebrazioni di Yulin. Eppure, crediamo anche che dietro l’indignazione che accende gli animi contro Yulin, si nasconda un controsenso: perché la carne di cane ci indigna, ma quella di vitello, di maiale o di pollo no?

Come giustificare la rabbia, le proteste e (troppo spesso) gli insulti contro “i cinesi incivili”, quando ogni anno nel mondo vengono sfruttati e uccisi oltre 80 miliardi di animali “da reddito” negli allevamenti intensivi? Che ci piaccia o no, l’alimentazione è legata soprattutto a un fattore culturale, e non può prescindere da tradizioni, usanze e convinzioni, spesso retaggio di un passato lontano e difficile da modificare.

Vivere “da questa parte del mondo” significa non mangiare carne di cane, ma considerare normale, naturale e perfino necessario percepire alcuni animali come “macchine” al servizio dell’uomo. Non per niente, distinguiamo nel linguaggio comune tra animali “da affezione” e animali “da reddito”. Da qualche tempo, certo, è aumentata l’attenzione dei consumatori verso le condizioni di vita degli animali negli allevamenti, e la risposta dei produttori è arrivata tramite etichette che certificano il (presunto) benessere negli allevamenti. Si agisce, però, solo per modificare la percezione che il consumatore ha dello sfruttamento animale, non per eliminarlo.

Crediamo che quella contro Yulin sia un’indignazione frutto di una scarsa consapevolezza, che colpisce una tradizione solo perché lontana e diversa dalle nostre, e per questo considerata meno giustificabile. Eppure non c’è nessuna motivazione valida per cui si possa considerare “giusto” mangiare una bistecca di manzo, ma non una di cane; non c’è alcuna differenza, dal punto di vista morale o scientifico, tra la sofferenza di un cane e quella di un maiale. L’alimentazione è un fattore culturale, ed è solo la nostra cultura a farci vedere un animale come un amico fedele e l’altro come fonte di reddito o cibo. Basti pensare che la stessa mucca che in Occidente è destinata a diventare una bistecca, in India verrebbe considerata come un componente della famiglia, da rispettare e onorare.

A fare la differenza è la nostra percezione. È arrivato il momento di cambiare prospettiva, di smettere di puntare il dito contro ciò che ci disturba solo perché diverso, e di creare una società in cui lo sfruttamento (di qualsiasi) animale sia considerato un’aberrazione.

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Laura Di Cintio


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