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Report: le immagini agghiaccianti degli allevamenti di maiali

Cosa sta succedendo davvero ai maiali negli allevamenti in Piemonte per contrastare la peste suina africana? Le immagini trasmesse a Report lasciano senza parole

Ci sono storie che fanno male, non solo perché colpiscono il cuore, ma perché ci mettono davanti a una verità che preferiremmo non vedere. La puntata di Report del 17 novembre in cui viene svelato quello che sta succedendo all’interno degli allevamenti di maiali nel Nord Italia è una di quelle storie, una di quelle che non puoi ignorare, una di quelle che ti costringono a guardare, anche quando vorresti distogliere lo sguardo.

Le immagini della nuova inchiesta di Giulia Innocenzi, andata in onda la scorsa domenica a Report, sono state realizzate dal team investigativo di Food for Profit e LCA (Last Chance for Animals) e mostrano quello che accade ai maiali negli allevamenti del novarese nell’ambito di contenimento della peste suina africana. Scene che non possono lasciare indifferenti: maiali agonizzanti, metodi di abbattimento inadeguati, maialini uccisi sbattuti per terra e animali che mangiano le interiora di quelli morti lasciati nei recinti, tutti costretti a una sofferenza inutile e crudele.

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Sofferenza istituzionalizzata: cosa accade davvero negli allevamenti?

Ogni anno in Italia quasi 10 milioni di maiali vengono allevati solo per essere uccisi. Ma non sempre accade in un macello: in molti casi si tratta di abbattimenti “preventivi” a causa di malattie come la peste suina africana (PSA). Da quest’estate oltre 115 mila maiali sani sono stati uccisi solo per essere stati considerati “a rischio” contagio.

Le autorità inizialmente avevano parlato di gas anestetizzante, un metodo che avrebbe risparmiato agli animali un’agonia inutile, ma, come mostrano le immagini riprese con i droni di Food for Profit, non è andata così e si è invece ricorso all’elettrocuzione. Questi metodi di sterminio, perché solo così possiamo definirli, sono spesso eseguiti in modo approssimativo da operatori non formati, causando sofferenze evitabili e violando le normative europee sulla protezione degli animali. Un regolamento europeo chiarisce che durante l’abbattimento agli animali devono essere risparmiati dolori, ansia e sofferenze evitabili, ma ciò che abbiamo visto non è altro che la normalizzazione di un maltrattamento sistematico.

Come ha raccontato Giulia Innocenzi, giornalista investigativa che sta scuotendo gli allevamenti intensivi con il suo lavoro, non è raro che i metodi di elettrocuzione non funzionino correttamente. Cosa succede allora? Allora si ricorre ad altri strumenti, altre tecniche, altre mani che finiscono quel che era già cominciato male: un maiale, già scaricato in un container, era ancora vivo e così un operaio è entrato nel container per ucciderlo con la pistola captiva; un altro, troppo pesante per la gabbia, è scappato e lo hanno inseguito per poi ucciderlo. È così che “gestiamo l’emergenza”?

Un sistema che si regge su sofferenza e spreco

La realtà degli allevamenti italiani è ben lontana dall’immagine idilliaca del tanto decantato Made in Italy. Milioni di maiali vivono in condizioni di sofferenza perenne, allevati esclusivamente per produrre carne, in particolare prosciutti, considerati eccellenze nazionali. Eppure questa eccellenza si regge su un sistema fallimentare, che utilizza risorse pubbliche per sostenersi – i fondi della PAC (Politica Agricola Comune) e i ristori stanziati per la PSA ammontano a oltre 100 milioni di euro –, soldi pubblici che escono dalle tasche di tutti noi e finiscono per finanziare abbattimenti di massa e l’utilizzo dell’esercito per uccidere cinghiali, spesso ritenuti il principale vettore del virus. Ironia della sorte, proprio le attività di caccia e zootecnia favoriscono la diffusione della PSA.

L’urgenza di un cambiamento

Le dimissioni del commissario straordinario Vincenzo Caputo, avvenute nel pieno della crisi estiva, e le ammissioni del suo successore, Vincenzo Filippini, sul “fattore umano” come causa della diffusione del virus, evidenziano un sistema incapace di gestire l’emergenza. Ma continuare a puntare su abbattimenti di massa e fondi pubblici non è la soluzione. Le immagini mostrate a Report dimostrano che il sistema zootecnico, così com’è, non può più andare avanti: è fallimentare dal punto di vista sia etico che economico. Le istituzioni, a partire dal Ministro Lollobrigida, devono riconoscere che questa crisi non può essere risolta perpetuando sofferenze.

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La realtà che emerge da queste immagini è una realtà cruda e senza filtri, una realtà che si mostra in tutta la sua sofferenza. Suini che sbranano una carcassa, un lavoratore che uccide i maialini sbattendoli a terra e lasciandoli lì, agonizzanti, ad attendere la morte, l’unico sollievo concessogli. Scene che fanno rabbrividire, che lasciano un peso sul petto e sulla coscienza. Eppure c’è chi avrebbe voluto nasconderle: Elio Martinelli, presidente di Assosuini, ha cercato di diffidare Report dal trasmettere quelle immagini perché provenienti da uno dei suoi allevamenti di maiali. “Se è successo, l’operaio ha sbagliato” dice, cercando di distanziarsi dalla responsabilità di ciò che succede all’interno dei suoi allevamenti.

Il risveglio delle coscienze

Non possiamo continuare a chiudere gli occhi, non possiamo permettere che il dolore degli animali venga nascosto, come se non esistesse. Perché esiste, ed è lì a ricordarci qual è il prezzo di ciò che portiamo a tavola. Non si tratta solo del benessere animale, si tratta di giustizia, di trasparenza, di umanità. Gli animali non sono numeri, non sono oggetti, sono esseri senzienti capaci di provare stress, paura e dolore.

Questa inchiesta non deve rimanere inascoltata, ma diventare un motivo per agire, per chiedere regolamentazioni più giuste e farle seguire, per pretendere trasparenza, per cambiare le cose. Non possiamo tornare indietro, ma possiamo, e dobbiamo, fare meglio.

Guardiamo quelle immagini e ricordiamoci che possiamo fare la differenza. Per loro, per noi, per un futuro più giusto.

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