Lo chiamano «gestione». Lo scempio del ddl caccia e l’arte di non dire «uccidere»

Il disegno di legge 1552, approvato dal Senato il 23 giugno 2026, è ora alla Camera. Non cancella la qualifica della fauna come patrimonio indisponibile dello Stato: lascia in piedi la facciata. Ma dietro, alla protezione antepone la "gestione" e assegna alla caccia una funzione positiva per la biodiversità. Non è una questione di parole. È il cuore politico della riforma, ed è più grave di quanto la facciata lasci intendere.

Il ddl 1552 dice una cosa e ne fa un’altra. Si presenta come la manutenzione di una norma invecchiata, la legge 157 del 1992. In realtà ne smonta l’impianto dall’interno, lasciando intatta la facciata.

Il testo è a prima firma di Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, ed è sottoscritto dai capigruppo di FdI, Forza Italia, Lega e Noi Moderati. Lo sostiene il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Il Senato lo ha approvato il 23 giugno 2026: 80 voti a favore, 56 contrari, 2 astenuti. Ora è alla Camera, in Commissione Agricoltura, con la sigla C.2984.

Lo scempio non è tutto nell’elenco degli animali che si potranno abbattere. Comincia da una parola.

Il verbo che non osa dirsi

La legge del 1992 diceva una cosa semplice: la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato, un bene da tutelare in quanto tale. Quella qualifica il ddl 1552 non la tocca. E fa bene a non toccarla, perché serve a tenere in piedi l’apparenza. Intanto, però, le affianca un’altra parola, “gestione”, e ne rovescia il senso. La fauna resta formalmente un bene protetto, ma finisce dentro una cornice che privilegia la regolazione, il prelievo e, in alcuni casi, il profitto.

Il testo arriva a scrivere che la caccia “concorre alla tutela della biodiversità” e promuove il cacciatore al rango di bioregolatore. Una promozione per legge, senza esame.

“Gestione” è la parola perfetta per non dire mai “uccidere”. Sposta tutto dal piano etico, dove qualcuno potrebbe chiedersi se sia giusto, a quello contabile, dove ci si chiede solo quanto e quando.

E la traduzione economica arriva puntuale. L’articolo 10 cancella dalla legge del 1992 il vincolo del “senza fini di lucro” per le aziende faunistico-venatorie, che potranno così costituirsi in forma di impresa. Coldiretti e Confagricoltura lo festeggiano senza giri di parole: è l’occasione per rilanciare il turismo venatorio e la filiera della selvaggina. Nero su bianco, l’animale selvatico diventa una voce di ricavo.

È il punto che ci riguarda. Lo specismo non è il fucile. È l’idea che una vita valga per l’uso che se ne fa. Il ddl 1552 non inventa questa idea: la scrive nel diritto. Ed è per questo che riguarda anche chi un fucile non lo ha mai preso in mano.

Cosa c’è davvero nel testo

L’impianto dei ventuno articoli va tutto nella stessa direzione: più caccia. Con qualche eccezione di facciata, come l’inasprimento di alcune sanzioni, che serve a esibire rigore proprio mentre si allarga tutto il resto.

Aumentano le specie cacciabili, con l’aggiunta dell’oca selvatica e del piccione di città. Il lupo esce dalla lista italiana delle specie particolarmente protette, in coerenza con la Direttiva UE 2025/1237 che lo ha spostato verso un regime più flessibile. Nessuno lo dichiara cacciabile: gli si sfila soltanto la protezione, e si lascia che al resto pensino i piani di prelievo. Il risultato è lo stesso, ma la responsabilità è di qualcun altro.

Emerge già una contraddizione istruttiva. Sul lupo l’Italia si allinea a Bruxelles in fretta. Sui richiami vivi e sugli uccelli migratori, invece, se ne allontana. L’Europa la si segue solo quando conviene.

Il testo riapre infatti alla cattura di uccelli selvatici da usare come richiami vivi. Secondo l’ISPRA questa pratica è in contrasto con la Direttiva Uccelli, e all’Italia è già costata diverse condanne davanti alla Corte di giustizia europea. Poi si allargano i territori. Il demanio forestale entra espressamente nella programmazione venatoria regionale. Sul mare l’operazione è più furba: il ddl non scrive che si potrà cacciare in spiaggia, cancella semplicemente la riga che lo escludeva e passa la palla alle Regioni. Il Ministero dell’Ambiente assicura che non cambia nulla. Ma una barriera esplicita, quando la togli, non la togli per lasciare le cose come stanno.

Il colpo più pesante riguarda proprio le Regioni. Il ddl cancella il limite nazionale della prima decade di febbraio per i calendari. Le Regioni restano “formalmente” obbligate a rispettare il divieto europeo di caccia durante la migrazione e la riproduzione, e “formalmente” è la parola che regge l’intero testo. Nei fatti, avverte l’ISPRA, si apre alla caccia sugli uccelli migratori oltre il 10 febbraio, quando stanno tornando a nidificare.

Ogni singola norma sembra un ritocco. Messe insieme, disegnano un Paese dove si spara a più animali, in più posti, più a lungo.

La scienza resa facoltativa

Poi arriva il colpo alle regole del gioco. Oggi il parere dell’ISPRA, l’istituto pubblico che studia e protegge la fauna, è vincolante su alcune materie, tra cui i calendari. Il ddl lo affianca al parere di un comitato tecnico e lo declassa, di fatto, a una voce tra le altre. In altre parole: si può ignorare.

E qui la riforma inciampa nella sua ironia più grande. Il 14 luglio l’ISPRA è stata ascoltata alla Camera. Nella prima parte è stata persino generosa: ha concesso che aggiornare la legge del 1992 sia ragionevole e che una caccia scientificamente pianificata possa avere un ruolo. È la parte che i cacciatori hanno subito rilanciato. Poi l’istituto è entrato nel merito del testo. E la generosità è finita.

I rilievi tecnici sono un elenco a carico:

  • nessun limite alla pressione venatoria su specie in cattivo stato di conservazione, come la pernice bianca e l’allodola, che andrebbero escluse dal prelievo;
  • la riapertura ai richiami vivi, incompatibile con il diritto europeo;
  • la caccia agli uccelli migratori oltre il 10 febbraio, che rischia una nuova causa europea;
  • l’articolo 14, che indebolisce il legame tra cacciatore e territorio.

Il paradosso è servito: la maggioranza ha reso la scienza facoltativa poco prima che la scienza dicesse no. Le associazioni ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU e WWF hanno letto quell’audizione come una “bocciatura senza appello” e chiesto il ritiro della legge.

Non sono voci isolate. Già alla fine del 2025 la Commissione europea aveva segnalato al Governo, con una lettera riservata, possibili incompatibilità del ddl con le Direttive Uccelli e Habitat. Non è ancora una procedura d’infrazione. Ma è raro che Bruxelles accenda un faro su un testo ancora in discussione: se lo ha fatto, un motivo c’è. Sul piano interno il Partito Democratico, con Elly Schlein, parla di legge incostituzionale: dal 2022 la Costituzione tutela la biodiversità (articolo 9).

Infine, il Paese. Secondo i sondaggi Ipsos e Piepoli commissionati nell’ottobre 2025 dalla Fondazione Capellino, il 94% degli italiani è contrario ad ampliare la caccia. Un dato pesa più degli altri, perché tocca la sostanza etica della questione: per il 78% degli intervistati da Ipsos la caccia è inaccettabile per la sofferenza che infligge agli animali. Fare una legge contro il sentimento della maggioranza dei cittadini: un classico.

Uno scempio che divide anche chi lo firma

La prova più chiara della fragilità del testo arriva dalla stessa maggioranza. Forza Italia ha presentato quattordici correzioni e ha fatto uscire allo scoperto i dubbi del ministro Pichetto Fratin. Il Movimento 5 Stelle ha risposto con circa un milione di emendamenti, che è il modo parlamentare di alzare la voce. E Michela Vittoria Brambilla, di Noi Moderati, ha già evocato un referendum.

Una riforma che i suoi stessi sostenitori corrono a correggere è, semplicemente, una riforma scritta male.

La cornice

Alla fine tutto torna alla parola dell’inizio. Con il ddl 1552, come hanno detto le opposizioni, un bene di tutti viene spinto verso la logica del profitto. La rimozione del “senza fini di lucro” non è un tecnicismo: è la traduzione economica di un’idea.

Ed è qui che la posizione di VEGANOK diventa, inevitabilmente, politica. L’etica vegan contesta esattamente questo: la riduzione dell’animale a risorsa, qualcosa da allevare, prelevare, contenere o mettere a reddito in funzione degli interessi umani. Cambia il luogo, il capannone, il laboratorio, il bosco, ma la domanda resta la stessa. Una vita vale per ciò che è, o soltanto per l’uso che decidiamo di farne?

Non è una domanda astratta. Quel 78% di italiani che giudica la caccia eticamente inaccettabile dice che la risposta, nel Paese, è già stata data. Manca solo che la legge se ne accorga.

La partita, per fortuna, non è chiusa. Il testo è alla Camera, le crepe si vedono anche nel centrodestra e i rilievi dell’ISPRA pesano. Sarebbe imprudente cantare vittoria. Ma vale la pena ricordare, mentre si gioca, che in ballo non c’è un calendario di caccia, bensì la definizione stessa, per la legge italiana, di che cosa sia un animale. E una società si giudica anche dalle parole che sceglie per non guardare quello che fa.


Fonti


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