Era una soffice ma afosa giornata di fine primavera, piena di pollini e di odori. La mia macchina si era guastata. Non avevo speranze di rivederla prima di una settimana. Dal nord stava sopraggiungendo una perturbazione fresca che portava con sé quel sentore di serate passate nei prati, a parlare con amici mentre in lontananza si sentono grida di rondini. Il vento scompigliava i capelli e si intrufolava dentro la maglietta, fra le pieghe dei pantaloni e fra le dita dei piedi. Quel giorno presi la decisione che avrei camminato per andare verso la città. Erano almeno 3 anni che non camminavo. Si certo, io cammino molto. Ma mai davvero. Mai con quello spirito leggero di chi vuole camminare con la mente aperta a tutto ciò che arriva. Di solito cammino per affrettarmi verso un luogo. Con l’angoscia di qualcuno che mi aspetta. Capita spesso di ritrovarci a fare cose che abbiamo sempre fatto e di scoprire che non ci siamo mai stati veramente, non le abbiamo mai fatte. Camminare è qualcosa che facciamo tutti. Ma pochi e raramente siamo noi che camminiamo.
Sono i nostri muscoli, i piedi e via dicendo. Ma la nostra mente non c’è. E’ altrove. Il tragitto sembra non riguardarci. Il nostro scopo è arrivare a destinazione. Succede così per tutto quello che facciamo. Assenza mentale.
Ma torniamo a me. Durante la mia camminata, almeno 4 macchine si sono fermate. Amici che mi salutavano o mi chiedevano se volevo un passaggio od erano solo stupiti di vedermi camminare. Così. Da solo. Con un temporale in arrivo. Già. Tutti sembravano come sorpresi, anche se piacevolmente, da questa mia strana decisione di fare a piedi un pezzo di strada (saranno stati 3-4 chilometri). Camminando sono passato accanto ad aperture ed usci che mai avevo sospettato. Spazi che si aprivano su garage ombrosi in cui qualche anziana signora lavorava la maglia, o lavava stoffe. Ma soprattutto vi erano distese di erba, anfratti cespugliosi, e il rumore del piccolo torrente, quasi prosciugato dall’arsura di quei giorni. E gli odori lasciavano sempre tracce memorabili nei mie tortuosi giochi mentali, riportandomi a tempi perduti, a giochi infantili, a danze dimenticate. Pensavo che tutto questo sarebbe stato normale anche solo pochi decenni fa, prima che le macchine ci riducessero ad automi in corsa, incapaci di meravigliarci delle cose che ci circondano, del viaggio e dell’incontro inaspettato con persone, suoni, cose. Tutto si era ridotto, al massimo, ad un veloce quanto freddo gesto di saluto ogni volta che si riconosceva fra i bagliori del finestrino, un viso noto quanto indefinito. Sguardi. Gesti appena accennati. Una furtiva reminescenza (e questo si leggeva nella lieve tristezza negli occhi di chi si salutava) degli abbracci avvolgenti che la nostra anima richiede. Anche con un passante sconosciuto. O con un albero. O con l’aria gravida di vita.
L’aria agitata che presagisce il temporale si era intanto fatta più indisponente. Qualche avventuroso ciclista arrancava mostrando poca stabilità. Avevo anche il tempo per soffermarmi sul loro sguardo, cercando di intuire cosa c’era dietro quell’impegno che mostravano faticando e respirando. Forse stavano solo tentando di scappare dal peso di una famiglia troppo impegnativa, forse cercavano di trovare se stessi. Forse semplicemente volevano godersi un po’ di aria buona e di genuina fatica. Via via che le nubi si scurivano le macchine sembravano passare più veloci, come per affrettarsi verso la tana rassicurante chiamata casa. Io non avevo casa, e il temporale forse mi avrebbe fatto fare un bel bagno. Ma, stranamente, questo pensiero non mi preoccupava più di tanto (proprio io che sono un po’ ansioso riguardo il raffreddore). Mi sentivo cittadino del mondo e, chissà come, di me stesso. In fondo perché non avrei dovuto sentirmi a casa mia? Né più nè meno di quando mi trovo fra le mura di pietra del posto dove abitualmente mangio, dormo, scrivo? Dove possiamo trovare una dimora più sicura che in noi stessi? Non ci accompagniamo forse dalla nascita alla morte? Chi meglio di noi può sapere chi siamo e di cosa abbiamo bisogno?
Mentre riflettevo su questo, mi venivano in mente melodie e versi, e il mio passo si faceva più veloce ma leggero. Avevo tutto il tempo per camminare senza meta. Senza dover arrivare da qualche parte. Un passo dopo l’altro, semplicemente. Il profumo del vento, così, si faceva più vivace, colorato. E il cupo e vanitoso temporale si trasformava in soffio gentile che guidava la mia anima verso isole di ricordi, veleggiando fra mari dove nessuno poteva trovarla.
Forse tutto questo poteva essere una semplice camminata. Ma no. Era stato qualcosa di incredibile. E sapete perché? Perché io c’ero. Nel buddismo si parla del miracolo della presenza mentale. Qualsiasi cosa diventa incredibile quando siamo presenti. Tutto diventa normalmente anormale, logicamente meraviglioso, paradossalmente ovvio.
Articolo di David Ciolli – Redazione di Promiseland.it