Piccola storia del latte

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Volevo chiamare questo articolo “La mucca che ride” perché è la marca di questi formaggini: la vedete sul logo la mucca felice? Sono della marca francese “La vache qui rit”, assomigliano molto ad altri formaggini che molti di noi ricordano fin da bambini: confezionati singolarmente a forma di spicchi che compongono un cerchio, tutti ben […]

Volevo chiamare questo articolo “La mucca che ride” perché è la marca di questi formaggini: la vedete sul logo la mucca felice?
Sono della marca francese “La vache qui rit”, assomigliano molto ad altri formaggini che molti di noi ricordano fin da bambini: confezionati singolarmente a forma di spicchi che compongono un cerchio, tutti ben in ordine nella loro scatolina di cartone rotonda.
Lo spunto per questo articolo me l’ha dato un trafiletto comparso sul Nouvel Observateur qualche tempo fa, nel quale si annunciava che nel 2012 ci sarà una mostra consacrata a questa mucca, la Regina delle mucche. Inizialmente questo logo fu usato dal servizio RVF (Rifornimento Carne Fresca) per l’esercito francese, durante la prima guerra mondiale. L’immagine di questa mucca rubiconda, è proprio il caso di dirlo, piacque così tanto che dopo la guerra fu ripresa, nel 1921, per illustrare la confezione del primo formaggio industriale francese, attualmente venduto a tonnellate in tutto il mondo.
Mi sono ricordata allora di un capitolo che avevo letto nel libro “Lait, mensonges et propagande” che mi è rimasto impresso proprio perché spiega come è stato fatto entrare, in maniera massiccia, il latte nelle abitudini alimentari dei francesi, tanti decenni fa… Siccome credo che sia interessante scoprire i meccanismi con i quali ci manipolano voglio raccontarvi questa storia non a lieto fine.
Nel 1954 Pierre Mendès-France è il Presidente del Consiglio francese e il 18 settembre parla alla radio per mandare un messaggio alla popolazione. L’annuncio riguarda il lancio del primo programma nazionale di nutrizione e salute, che prevede la somministrazione quotidiana di un bicchiere di latte zuccherato agli alunni, per renderli “studiosi, solidi, forti e vigorosi”.
Il programma prenderà forma con la circolare del 26 novembre 1954: tutti i bambini delle scuole elementari, pubbliche e private, dal primo gennaio 1955, godranno del lusso  di un bicchiere di latte zuccherato.
Questa mossa, a metà tra il politico ed il marketing più becero, ha fatto storia per molte generazioni, ponendo nell’immaginario di tutti il latte come un prodotto “buono e sano”, lasciando che l’idea del latte come indispensabile si imprimesse in maniera indelebile nella mente di milioni di francesi e aprendo la strada a quello che oggi è il mercato dei prodotti caseari, con l’aggravante dell’aggiunta dello zucchero: una combinazione alimentare esplosiva, è il caso di dirlo!
L’errore d’origine è pensare al latte come alimento generico. Infatti l’uomo, da sempre consuma frutta, verdura e latte. Latte sì, ma materno.
In realtà il latte di altre specie è comparso nell’alimentazione dell’uomo nel neolitico con la pratica dell’allevamento e solo in alcuni punti della Terra. Le pecore sono state addomesticate 11.000 anni fa, capre e mucche circa 10.000 anni fa, le tracce del consumo di latte animale più antiche ritrovate risalgono a 6.000 anni fa, grazie a del vasellame rivenuto in Gran Bretagna.
Quindi possiamo collocare l’inizio del consumo del latte vaccino tra gli 11.000 e i 6.000 anni fa, potrebbe sembrare enorme… se non si tenesse in conto il fatto che l’evoluzione umana si è svolta su un periodo di SETTE MILIONI di anni!
Ciò significa che se pensiamo all’evoluzione del corpo umano in termini di anno solare (dal 1° gennaio al 31 dicembre) sarebbe come dire che abbiamo bevuto il latte per la prima volta la sera del 31 dicembre!
A partire dal neolitico, lo storico Bruno Laurioux spiega che l’Europa presenta due situazioni distinte: al Nord vivono popoli che si nutrono di latte (i barbari), non coltivano terreni, consumano latte e carne e si vestono di pelli; al Sud vivono i popoli agricoltori, come nella Roma antica. Il latte ed i suoi derivati sono consumati esclusivamente dai poveri e ancora durante il Medioevo erano gli alimenti  di quelli privi di mezzi economici. Insomma popolazioni ben lontane dalle consigliate 3-4 porzioni di latticini al giorno delle pubblicità-progresso attuali.
Fino alla fine del 1800, in Francia, il latte non era considerato poi così salutare. Veniva utilizzato in campagna, sul posto di produzione, se ne faceva burro e formaggio, ma era considerato pericoloso consumarlo allo stato originario.
L’invenzione della pastorizzazione nel 1871 e della refrigerazione agli inizi del 1900 daranno una prima spinta al consumo più diffuso del latte, anche in città.
Fino all’inizio dell’anno 1950 il latte è ancora consegnato ai commercianti nei bidoni, sono loro che lo imbottigliano. A partire dal 23 febbraio 1950, una legge dello Stato francese impone la vendita diretta del latte pastorizzato e sigillato in bottiglia nei centri che contano più di 20.000 abitanti. È un altro gradino verso la diffusione capillare del latte.
Il latte concentrato è comparso sul mercato statunitense già a metà del 1800, ma il suo consumo è notevolmente aumentato durante la Prima Guerra Mondiale, quando veniva distribuito dai governi ai soldati. Le industrie che lo producevano, anche in Europa, hanno fatto incassi strabilianti, ma il mercato è venuto a mancare con la fine della guerra, da lì la necessità di trovare altri consumatori. I bambini sono sembrati subito un target ideale: le abitudini alimentari radicate dall’infanzia sono le più resistenti.
Negli anni ’30 Nestlé immette sul mercato dei preparati alimentari per bambini che necessitano dell’aggiunta di latte per essere somministrati.
A partire dagli anni ’50 viene pianificata una campagna di inserimento del latte vaccino nei reparti maternità degli ospedali, per sostituire il latte materno.
Restano da conquistare (condizionare?) i bambini nati alla fine della guerra o negli anni immediatamente successivi: i figli del boom economico.
Quindi a partire da novembre 1954 vengono messi in atto i primi provvedimenti a tal fine, anche se in verità, un “Ufficio del latte” era già nato a questo scopo nel 1926. Sulle orme dell’esperienza condotta in Gran Bretagna nei decenni precedenti, anche in Francia si voleva diffondere il latte a partire dalla scuola, questo dietro pressione dei produttori di latte.
Pierre Mendès-France nel 1932 era solo deputato, già si occupava quindi di politica ed era al corrente dei problemi della sua regione, l’Eure, dove da una parte i produttori di latte facevano pressioni e dall’altra l’alcolismo era devastante per la salute degli abitanti delle zone rurali. A questo si aggiungano le argomentazioni dei pediatri sostenitori del latte e il gioco è fatto.
Un primo tentativo fu fatto da dicembre 1937 a marzo 1938, somministrando un terzo di litro di latte ad ogni allievo. Le misurazioni e i controlli prima e dopo, manco a dirlo, sono risultati a favore del latte. Far crescere bambini forti per il futuro della nazione: queste le motivazioni portate avanti. Un secondo periodo di prova fu effettuato su iniziativa di Pierre Mendès-France proprio nella sua regione nel 1951, in ben 52 comuni fu distribuito quotidianamente il latte agli allievi, con l’indispensabile supporto finanziario dell’Unione casearia dipartimentale.
Quando nel 1954 Pierre Mendès-France è nominato Presidente del Consiglio a sua volta nomina Jean Raffarin Ministro dell’Agricoltura. La stima e il sostegno sono reciproci tra PM-F e l’industria casearia.
L’obiettivo era alimentare le future generazioni in maniera sana per avere dei lavoratori forti, consumare latte era il modello americano da seguire, come antidoto all’alcool.
Il marketing, negli anni successivi, ha fatto il suo lavoro: gli yogurt come prodotto “femminile”, i formaggi destinati agli uomini (solo i bambini consumano latte da bere), i vari integratori a base di siero del latte per rafforzare la flora intestinale di anziani e malati…
È così che hanno fatto credere a milioni di persone, per decenni, che il latte è un prodotto buono per la salute.

(Prima Foto di pixus75 su Flickr)


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16 commenti su “Piccola storia del latte”

  • Ho letto tutto il tuo articolo e l’ho trovato veramente interessante. Certe informazioni devono essere divulgate il più possibile. La gente che ignora tutto questo deve sapere come i politici, i giornali, le grandi industrie e poi la televisione hanno sempre manipolato le menti e indirizzato i consumi. Mi dispiace che ancora ci siano persone ( tante) che credono nei messaggi dei media e non solo, li ascoltano come se fosse legge divina e dicono ” ma l’ha detto la tv!!”

  • Davvero interessante!
    🙂

  • Romina

    dice:

    Io sono cresciuta con questi formaggini.. la vache qui rit mi ricorda la mia infanzia insieme al tartare e al babybel.. Assurdo!

  • Barbara Primo

    dice:

    Per me erano i Tigre o i Susanna Pitipitum-pa! Ve la ricordate? I Mio erano troppo cari…
    Questa è la politica messa in atto in Francia, ma nel libro si da ampio spazio anche agli accordi trasversali e contestuali con Gran Bretagna e USA, insomma si capisce che c’è stata proprio una macchinazione per arrivare a far consumare certi prodotti: alla faccia della libertà di essere “liberi” di mangiare quello che si vuole… bandiera tanto ostentata dagli onnivori oggigiorno!!! Gabbati due volte!!! 🙁

  • E in Italia?
    Tutti i “falsi miti di progresso” (per dirla come Battiato) oggi vengono rimessi in discussione, per fortuna, augurandoci di essere ancora in tempo…
    Sono cresciuto anch’io a forza di latte e formaggi/ni ma bevevo l’acqua del rubinetto che tenevamo nelle bottiglie di vetro. Anche per l’acqua infatti ci hanno fatto il lavaggio del cervello, facendoci credere che quella imbottigliata fosse migliore di quella “sfusa”.
    Da anni non consumo più latte perché intollerante (solo da poco ho capito il motivo) e sono tornato a bere l’acqua del rubinetto…
    Ricordate questa canzone? http://www.youtube.com/watch?v=KkZe4qG97Ww

    • Barbara Primo

      dice:

      Pazzesca la canzone! Ma… l’attrice sul cartellone era un’attrice americana???
      Per l’acqua il discorso è lungo: in effetti sarebbe meglio quella di rubinetto, se non fosse piena di nitrati raccolti dal terreno. I nitrati aumentano come conseguenza dell’agricoltura intensiva e degli allevamenti. Si ha accesso alla loro concentrazione Comune per Comune consultando le analisi che devono essere rese pubbliche dell’acqua potabile. Caso per caso quindi. Mentre per le acque minerali lo si trova scritto in etichetta QUASI sempre. Il problema delle acque in bottiglia sono la plastica, quindi l’inquinamento e i rifiuti e i residui che questa trasmette all’acqua stessa. Senza contare il dispendio di energia per produrre le bottiglie e l’inquinamento dato dal trasporto. Come diceva Beppe Grillo già molti anni fa: se ognuno bevesse l’acqua minerale delle fonti vicine (e gli abitanti del nord non volessero bere l’acqua del sud e viceversa!) sai quanti camion in meno in autostrada! 😉
      Personalmente ho risolto con una fontana ad acqua (della quale vorrei che mio marito vi parlasse in un prossimo articolo perché la ricerca ed il trovarla non è stato immediato!) che filtra anche i nitrati, cosa che le caraffe filtranti non fanno.
      Nell’articolo non ho parlato né dell’Italia (perché avevo poche informazioni), né di USA e UK perché… ne avevo troppe… vivendo qui in Francia mi è stato più facile tastare il polso di questo Paese, ma probabilmente con altre tempistiche ed altri provvedimenti le cose si sono svolte in maniera similare anche in Italia. Quello che volevo dimostrare è che nelle cose bisogna sempre avere uno sguardo globale (macro) per capire le cose micro. Cosa che purtroppo spesso non facciamo, restando focalizzati sulle nostre piccole realtà (soprattutto chi resta onnivoro e non crede a quello che noi diciamo). 🙂

      • Adriano

        dice:

        Mi interessa il discorso della fontana ad acqua, ho provato a cercare su internet ma ho trovato di tutto 🙂
        Convinci tuo marito a fare un articolo 😛

        • Barbara Primo

          dice:

          Siamo convinti: è il tempo che ci manca! Ma faremo un articolo dove spiegheremo perché quella e cosa cercavamo… la fontana è una di questa serie:
          http://www.utilebio-france.com/fontaine-eva.htm
          🙂

  • Renata

    dice:

    Bell’articolo Barbara!
    Mi e’ piaciuta molto la riflessione che hai fatto sul tempo che ha impiegato l’umanita’ per evolversi rapportato al periodo in cui ha iniziato ad alimentarsi col latte (e immagino anche con altri derivati animali), un’inezia!
    Il brutto e’ che non solo gli anziani o gli adulti hanno la mente cristallizzata su determinate credenze..non piu’ di tre giorni fa, parlando del veg*, una ragazza sui 23 anni ha detto, con tono insindacabile…”La carne fa sangue!”..ora, capisco che ce lo si senta ripetere fin da piccoli tipo mantra, ma possibile che alle nuove generazioni non venga per niente in mente di andare a tastare con mano se veramente la carne fa sangue e il latte fa calcio?
    Eppure di Vegan in ottima salute in giro se ne vedono..insomma, stava parlando con me..che sono tutto fuorche’ malaticcia e deperita!

    • Barbara Primo

      dice:

      Non ripongo molta fiducia nelle nuove generazioni (non me ne vogliano i giovani: è un discorso generico), le trovo molto superficiali, ma pare sia fisiologico nell’evoluzione dell’umanità, una certa degenerazione. Dicono anche che quando si comincia a pensare così è segno che si sta invecchiando… 😉

  • Renata

    dice:

    Da carnibale non mi ero mai posta il problema se la carne facesse sangue o meno, la mangiavo e basta.
    Ti diro’ che le nuove generazioni un po’ mi hanno sorpresa, a parte il lato vegan..sono meno maleducate ed irresponsabili di quanto non si creda, anche se di primo acchito potrebbe sembrare il contrario.

  • Jacopo

    dice:

    L’articolo e’ ben fatto e snocciola argomenti molto pungenti. Aggiungo se poi analizziamo il Potenziale di acidosi renale (PRAL) dei formaggi capiamo perche le popolazione con la maggiore incidenza di osteoporosi corripsondono a quelle che maggiormente si nutrono di latte e derivati.
    Alla faccia del calcio…

  • Alberto

    dice:

    Ho smesso di bere il latte a marzo, dopo aver letto il libro “The China study”, e non ho mai sentito il bisogno di berlo. Non solo, ma credo di stare molto meglio.
    Purtroppo quando parlo con qualcuno di questa mia scelta, mi prendono per pazzo.
    L’industria tramite la televisione tende a far acquistare prodotti o cose dannose od inutili, e visto che nessuno li ferma, usiamo quella cosa che ci è stata donata dalla natura e che si chiama cervello.

    • Barbara Primo

      dice:

      Come ti capisco Alberto! Ci sono fior fior di scienziati e studiosi che da anni stanno dando l’allarme sulla nocività del latte e ci sono ancora persone che quando leggono un articolo (come questo per esempio) “contro” il latte fanno finta di cadere dal pero e ti chiedono “Ma in effetti il latte è dannoso perché?”, oppure “E i dati scientifici?”. Quando appunto la risposta l’hai data tu: basta leggere The China Study:
      http://www.promiseland.it/2012/01/15/the-china-study-2/
      Purtroppo, non mi stancherò mai di ripeterlo, ci sono cose che gli altri non possono fare per noi, come informarsi e sensibilizzarsi ad un problema… Se non si va in prima persona alla ricerca dei perché difficilmente si avranno le risposte aspettando la pappa pronta.
      Io con un mio articolo posso dare un input, l’approfondimento sta alla curiosità e all’interesse del singolo farlo.
      Buona lettura a tutti. 🙂

  • Alessandro

    dice:

    Ottimo articolo! Sono vegano e non mangio latte da tempo (qualche volta sono “costretto” a causa del lavoro che faccio, quindi mi capitano biscotti o merendine, ma cerco di limitarlo al massimo).
    Pubblichero` il tuo articolo (con il link al tuo sito 😉 ) sul mio blog!
    Grazie ancora!

    • Barbara Primo

      dice:

      Ciao Alessandro, se leggi il francese ti consiglio vivamente di procurarti il libro. 😉

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