Nutrie e piccioni in città, cinghiali e volpi in campagna: sono solo alcuni degli animali con cui l’uomo trova difficoltà a convivere.

E se invece di abbracciare sempre il fucile facessimo un piccolo esame di coscienza?
di Adriano Fragano e Dora Grieco
Una volpe entra in una casa ai margini del bosco e morde una bambina che sta tranquillamente dormendo nel suo lettino. Un branco di cinghiali invade un campo coltivato e distrugge il raccolto. Un orso si ostina in scorribande nelle fattorie seminando il panico tra i contadini. Siamo circondati da animali selvatici pericolosi e ostili, sempre pronti ad azzannare, graffiare, distruggere e seminare panico tra gli inermi appartenenti alla nostra specie.
Ma è proprio così? È questo che realmente accade, o è semplicemente il parto della fantasia malata di chi vuole fare di ogni singola notizia una tragedia per instillare timore e paura tra la gente? O peggio: siamo noi gli invasi, o semplicemente siamo gli invasori e come tali veniamo trattati?
Questa serie di domande è chiaramente pura retorica, perché la risposta la conosciamo già. La specie umana, nella sua continua ricerca di conquista e di spazi e risorse da sfruttare, ha invaso l’intero Pianeta. Pare vi siano solo poche specie animali capaci di essere presenti in quasi tutto il globo. Tra di esse i topi, le mosche e gli umani. Che tale prerogativa sia merito dell’estrema adattabilità di questi animali è indubbio, ma vi sono dei distinguo: possiamo senza ombra di dubbio dire che difficilmente topi e mosche riuscirebbero a deviare il corso di un fiume o a interromperlo per costruire una diga di proporzioni mastodontiche (come in Cina), o a radere al suolo migliaia di ettari di foresta amazzonica tanto da disboscare in un anno una superficie pari a quella dell’intero territorio del Portogallo.
O anche incendiare, avvelenare, contaminare ampie regioni in ogni dove. Se tale premessa può apparirvi catastrofista, vi basterà leggere qualche notizia sullo stato del nostro Pianeta per ricredervi. Quindi contrariamente a topi,
volpi e tutti gli altri animali, la nostra specie non tende affatto ad adattarsi all’ambiente in cui vive, ma piutosto lo trasforma per adattarlo alle sue esigenze. In questo modo si pone totalmente al di fuori di ogni logica naturale…
Jurka: un simbolo di libertà
Le terre selvagge non esistono quasi più. Tutte, tranne alcuni luoghi invivibili o dai quali non è possibile ricavare nulla, sono sfruttate per l’uso e il consumo di noi animali umani, destinate alle coltivazioni, sfruttate per gli allevamenti, occupate dalle discariche, sezionate per le cave, divise e frammentate da strade asfaltate e ferrovie, costruite con città cementificate…
Per gli animali selvatici è quasi impossibile spostarsi ed è difficile vivere. Per loro resta sempre meno spazio e quando escono dalle loro «riserve », non hanno scampo.
Un caso emblematico è quello di Jurka, un’orsa che ha riempito i cuori degli attivisti animalisti di tutto il mondo. Jurka è diventata un simbolo per tutti gli animali selvaggi rimasti senza terre. L’orsa viveva libera, e abituata ad avere del cibo dagli albergatori, che la usavano come richiamo per i turisti, ha creduto di potersi fidare di noi. Ma appena si è avvicinata un po’ di più al centro abitato, per lei è finita la libertà: è stata catturata e rinchiusa in un piccolo recinto vicino
Trento. Era il giugno del 2007.
Da allora, dopo molte manifestazioni capeggiate dall’associazione No alla caccia che ha fatto opera di diplomazia con le istituzioni, il 25 agosto 2010 Jurka ha trovato di nuovo casa. Non la libertà, ma un posto un po’ più grande: ora continuerà la sua vita presso il «Parco alternativo della Foresta Nera per orsi e lupi» in Germania, presso Bad Rippoldsau – Schapbach.
Jurka è la prova vivente dell’incompatibilità fra noi e gli altri animali che vivono liberi in natura. Tuttavia la vita non è difficile solo per gli orsi. È sempre più raro incontrare nelle zone boschive cervi, caprioli, lepri lepri…
Incontri che quando avvengono ci possono toccare il cuore. Ma il loro passare veloce, silenzioso, fugace, porta a un unico pensiero: riusciranno a sopravvivere alla stagione di caccia? Qualora ciò accadesse non significherebbe per loro la salvezza, dato che da sempre gli animali ancora liberi dalla schiavitù che imponiamo loro sono considerati «dannosi» per i raccolti, per l’agricoltura… insomma per i nostri interessi. E quindi diventano vittime di una persecuzione senza tregua.
Coltivare e convivere
Eppure c’è chi ci sta materialmente provando a cambiare i metodi di produzione di cibo per il nostro sostentamento, mediante pratiche non invasive e rispettose dell’ambiente e degli altri animali. Ci sono gruppi sempre più numerosi di persone dedite ad attività come l’agricoltura veganic, che unisce il rispetto dell’ambiente a quello per esseri senzienti, introducendo nella pratica agricola una forte impronta etica. Ad esempio in Germania risiede la Fondazione Gabriele, che mette in atto da diversi anni un’agricoltura definita «pacifica».
Sul loro territorio gli animali che vivono in libertà, come caprioli, volpi, lepri e uccelli, ritrovano il loro spazio vitale naturale grazie a un sistema di biotopi appositamente realizzati per loro: varie aree boschive, specchi d’acqua, zone asciutte e così via. In questo sistema si trovano anche campi coltivati senza l’uso di letami e liquami, così la natura nel suo complesso può respirare e molte specie animali e vegetali tornano a ripopolare la zona. Inoltre, parte del raccolto viene appositamente lasciato nei campi, ad uso e consumo degli animali liberi.
Ciò che viene proposto è un nuovo approccio al concetto di convivenza, che prevede il soddisfacimento dei nostri bisogni e nel contempo il rispetto nei confronti degli altri abitanti del nostro Pianeta, un concetto lontano da tutto quello che l’agricoltura, la produzione industriale e l’industria rappresentano.
L’agricoltura e l’orticoltura vegane sono esperienze consolidate soprattutto nel mondo anglosassone.
Si tratta perlopiù di fattorie o di esperienze comunitarie in cui è possibile sperimentare finalmente metodi non violenti, mediante i quali ottenere prodotti dalla terra. L’agricoltura vegana è simile per alcuni versi a quella biologica, ma non consente l’uso di letame, sangue, farine di pesce, farina d’ossa, o qualsiasi altra pratica che esiga l’uso di sostanze di derivazione animale diretta o indiretta.
Si tratta di un’attività che ci riavvicina alla terra con un nuovo approccio improntato al rispetto e non allo sfruttamento. Questo ci permette
di scoprire un nuovo tipo di relazione con gli altri animali per tessere la trama di una possibile nuova convivenza, restituendo alla natura, e agli animali, una parte delle colture raccolte senza sentirsi derubati o minacciati da chi ha lo stesso nostro diritto alla vita.
Ma chi li crea questi disastri?
Di recente si sono verificati dei vasti allagamenti nel Veneto a causa di forti piogge e del dissesto idrogeologico di alcune zone della regione. Qualcuno, anche con ruoli istituzionali o amministrativi, ha avanzato l’ipotesi che la causa
del cedimento degli argini dei fiumi sia stata l’opera demolitrice delle nutrie. Ciò può facilmente farci capire in quale condizione di ipocrisia siamo ridotti a vivere.
Con tutta la buona volontà, nemmeno un esercito di nutrie stacanoviste sarebbe mai riuscito ad allagare un paio di province venete: la causa di tali disastri va ricercata altrove. Invece, per tutta risposta, nel Veneto viene presentato un disegno di legge (stanziando 250 mila euro da suddividere in tre anni) che prevede il censimento di questi animali e successivi piani di abbattimento. Come
sempre si risolvono i problemi di convivenza abbracciando i fucili e sterminando chi non può vivere come noi esigiamo.
A sparare potranno essere la polizia provinciale, gli agenti venatori volontari, ma anche i proprietari agricoli muniti di licenza di caccia. A nessuno però importa se questa presenza di nutrie, ritenuta massiccia, è dovuta, come sempre, a un «errore» umano. La nutria1 è originaria dell’America del Sud ed è stata introdotta da noi per essere allevata per la sua pelliccia (detta di Castorino). Ma a seguito del fallimento degli allevamenti di nutrie per la produzione di pelliccia, molti individui sono stati intenzionalmente liberati per evitare i costi di smaltimento dei corpi. Da qui il loro prolificare, trattandosi anche di un animale che si adatta facilmente e si nutre di soli vegetali.
La stessa cosa si può dire per i cinghiali importati dai paesi dell’est Europa e dall’ex Jugoslavia, liberati in Italia per diventare prede dei cacciatori. Questi animali si sono in breve riprodotti, rappresentando un problema per le coltivazioni e diventando oggetto di numerose campagne di sterminio da parte di cacciatori autorizzati anche al di fuori del periodo di caccia. Come dire: oltre
al danno la beffa!
C’è da notare inoltre che molto spesso le specie introdotte per motivi venatori – come nel caso del cinghiale – non essendo originarie della zona, entrano in competizione con le specie autoctone, provocandone spesso una drammatica diminuzione, se non addirittura l’estinzione.
Condividere spazi comuni
Non è facile con-vivere, dividere spazi comuni, relazionarsi in armonia rispettando le altrui esigenze. Non lo è tra umani, a maggior ragione non lo è tra umani e altri animali. La convivenza prefigura un impegno da parte dei diretti interessati a non invadere lo spazio altrui, a rispettare le esigenze di chi ci vive accanto, e soprattutto a prevenire i danni e non fare errori ai quali poi è difficile rimediare.
Solo così si può sperare di poter condurre un’esistenza serena all’interno di queta nostra casa comune che si chiama Terra.
Noi però ci comportiamo come un inquilino tiranno e violento, che prende tutto ciò che vuole e che vuole tutto ciò che vede, senza pensare a quanto male fa agli altri, e senza pensare alle conseguenze che queste azioni provocano alla casa in cui vive anche lui.
Noi esseri umani siamo come dei potenti bambini viziati che non riescono a controllare i propri movimenti e distruggono tutto ciò che toccano, ma la cosa più grave è che siamo sempre pronti a scaricare la colpa di quanto accade sugli altri, rendendoli doppiamente vittime.
E così ecco che, come abbiamo detto, una volpe entra nella nostra casa per mordere i nostri figli, dei cinghiali devastano le nostre colture, un orso semina il panico nelle nostre proprietà.
Ma ci siamo mai soffermati a pensare che forse ciò che reputiamo nostro è anche loro? Che le nostre case, i nostri campi, le nostre aziende sorgono dove prima vivevano questi animali, che ora non sanno più dove poter andare? In ecologia si parla di «radiazione adattativa » quando una specie vivente che si ritrova in un ambiente naturale nuovo tende a occupare tutto lo spazio a sua disposizione fino a quando non si ristabilisce un nuovo equilibrio.
La nostra tendenza alla radiazione adattativa esiste da millenni e non accenna a fermarsi: ogniqualvolta ci troviamo di fronte a nuovi spazi ce ne impossessiamo soggiogando, modificando, trasformando e distruggendo per plasmarli secondo la nostra ottica, senza lasciare alla natura la possibilità di ristabilire un nuovo equilibrio.
La città vietata agli animali
E la convivenza in città? I territori urbanizzati sono di fatto vietati agli altri animali. Non solo perché di fatto sono inospitali dal punto di vista territoriale e architettonico, ma perché proprio non li vogliamo. Le nostre metropoli cementificate ospitano solo cani (rigorosamente al guinzaglio) e gatti di proprietà. Persino i cani e i gatti randagi sono di proprietà dei sindaci, che però non sempre li accudiscono a dovere.
Nemmeno gli uccelli, soprattutto i piccioni, sono ben accetti, e vengono allontanati con apposite reti o pungiglioni messi sui palazzi o a chiudere gli anfratti che potrebbero ospitarli. Non parliamo poi di topi, ratti e altri animali, considerati «infestanti» e sterminati senza alcuna pietà.
Tutto è stabilito da leggi, ordinanze, regolamenti che riguardano gli animali da compagnia e non. Soprattutto si tratta di divieti: è vietato dare da mangiare ai randagi, è vietato lasciare liberi i cani se non in aree apposite, è vietato persino dare da mangiare ai piccioni, contro i quali si scatenano di frequente ordinanze
per l’abbattimento, spesso anche cruento.
Sono moltissime le ditte specializzate che offrono servizi per eliminare o allontanare questi uccelli. Continuiamo a ospitare circhi con animali, dove un pubblico ignaro (ancora?) e divertito assiste a scene da medioevo, costringendo
gli animali a esibirsi in giochi e acrobazie assurde, per poi, a fine spettacolo, incatenarli o rinchiuderli in strette gabbie: viviamo in città senza animali e pretendiamo di vederli solo se incatenati o chiusi dietro a delle sbarre.
C’è spazio per tutti
Immaginiamo un mondo dove c’è spazio per tutti, dove non c’è più la caccia, dove gli animali tornano a essere selvaggi, e si svuotano gli allevamenti. Un mondo dove ci sono terre incontaminate dalla nostra presenza.
Immaginiamo di vedere una lepre saltare libera in un campo e pensare semplicemente che è bella.
Immaginiamo di incontrare gli animali liberamente e spontaneamente durante una passeggiata, instaurando con loro un rapporto, un contatto, solo se è voluto da entrambi.
Tutto ciò sarà mai possibile? È solo una mera utopia?
A dire il vero, ogni tanto salgono alla ribalta anche notizie positive, che testimoniano incontri fra noi animali umani e gli animali selvatici, che avvengono con il dovuto rispetto. Caprioli, volpi e anche lupi, se non scacciati
o uccisi, si fidano di noi e tornano regolarmente a farci visita e a mangiare il cibo che offriamo loro.
Succede nei piccoli paesi di montagna, ed è un segnale che la convivenza è possibile. Sta a noi non tradire questa loro fiducia.
Quindi, a ben vedere, se non fossimo così aggressivi, crudeli e invadenti, sulla Terra ci potrebbe essere spazio per tutti: ciascuno con le proprie esigenze e aspirazioni, ciascuno in grado di vivere una vita serena e felice.
Basterebbe poco per poter soddisfare i nostri bisogni fondamentali, ma ci si dovrebbe accontentare, e ciò non è certo né facile né scontato per la nostra specie. !
1. Per sapere chi è veramente la nutria: nutria-myocastor.blogspot.com
Adriano Fragano e Dora Grieco
Articolo pubblicato per gentile concessione di AAM Terra Nuova:
http://www.aamterranuova.it/
http://www.aamterranuova.it/article5672.htm
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News Inserita da Daria Mazzali
Redazione Promiseland.it

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