Pellicce mimetizzate Il nuovo business
Le grandi case di moda le usano come "inserti"
Duecentomila visoni uccisi ogni anno in Italia e 27 milioni in Europa (dati del 2007); 350 milioni di conigli, 44,6 milioni di visoni, 7 milioni di volpi, 3 milioni di procioni, 350.000 foche nel mondo, milioni di cincillà (2006, Fur Trade Today). E spesso anche cani e gatti. Ecco le cifre dell’olocausto animale che va avanti spedito nel chiuso degli allevamenti da pelliccia.

Un sanguinoso bilancio che evidenzia anche la necessità di rivedere le strategie delle associazioni ufficiali di protezione animale, e così le nuove generazioni di attivisti hanno optato per un modello decisamente diverso. In Inghilterra il Caft, in Belgio il gruppo Bite Back, in Italia la Campagna Aip (Attacca l’Industria della Pelliccia): campagne di protesta e di sensibilizzazione orizzontali, collettivi di privati cittadini che nascono spontaneamente in vista di un obiettivo particolare e che prevedono la partecipazione attiva di chi vi si riconosce, sulla base di principi e linee guida condivisi da tutti.
Dal 2003 è attiva in Italia la Campagna Aip (http://campagnaaip.net). Spiega Roberto, un attivista che ne fa parte: «Nel nostro paese è molto radicata la lotta contro la vivisezione e la caccia, ma negli ultimi anni si è parlato poco di pellicce. Abbiamo deciso di ripartire». Con un approccio particolare, mutuato dall’estero. Il bersaglio delle campagna infatti è il punto di snodo che collega produttori e consumatori, ovvero i circuiti della grande distribuzione e della vendita al dettaglio; l’obiettivo è far saltare l’anello della catena. Presidi di protesta, divulgazione, informazione, boicottaggio: da Rinascente a Coin, da Upim a Stefanel sono molti i marchi che hanno adottato una politica di fur free dopo mesi o anni di campagna.
La strategia è chiara: meno committenti ha l’industria della pelliccia, meno soldi faranno gli allevatori e meno visoni e altri animali nasceranno nelle gabbie degli allevamenti per essere scuoiati. In prospettiva, se nessuno è disposto a vendere pellicce, nessuno le produrrà e nessuno le comprerà.
L’obiettivo attuale della campagna è MaxMara. Da novembre sono attivi circa 20 gruppi in altrettante città e fino ad oggi si sono tenuti più di 300 presidi di protesta di fronte ai punti vendita della società di proprietà della famiglia Maramotti. Uno sforzo costante, reso più complicato dalle frequenti restrizioni imposte dalle forze dell’ordine e dalla pressione della proprietà. Per i negozianti ogni manifestazione si trasforma in una giornata persa: negozi vuoti, cattiva pubblicità e tanti potenziali clienti dissuasi.
«L’Italia, con la sua tradizione, è un punto chiave della moda internazionale. Inoltre una campagna basata sulla pressione nei confronti dei grandi marchi ci permette di far conoscere il nostro messaggio a moltissime persone, e quindi di fare anche parecchia divulgazione». Ma perché non premere allora sulle pelliccerie e sul settore specializzato? «Perché un grande magazzino o la catena di uno stilista non vivono solo sulla pelliccia e dunque sono obiettivi più malleabili.
E poi oggi l’industria della pelliccia sopravvive soprattutto sugli inserti». Ovvero indumenti (cappotti, guanti, cappelli, cappucci) fatti di tessuto con inserti di pelo animale e venduti soprattutto nei punti di distribuzione generalisti: un modo meno vistoso per rilanciare il settore dopo la grande crisi degli anni Ottanta. Mimetizzare la pelliccia per renderla socialmente più accettabile. Per l’industria della pelliccia è dunque più grave che un marchio della grande distribuzione adotti una politica fur free cessando le ordinazioni di indumenti in pelo piuttosto che una pellicceria chiuda bottega.
La strategia è a lungo termine, il coordinamento con gli attivisti in tutta Europa è fondamentale, soprattutto in presenza di marchi che operano su più mercati. Sebbene la campagna sia ancora lunga e piena di ostacoli, a livello globale si iniziano a vedere i primi risultati, anche in virtù della concomitante crisi economica mondiale.
Dopo anni di crescita guidata soprattutto dalla Cina (sia a livello produttivo che a livello di consumo) il settore della pelliccia va al ribasso: l’International Fur Trade Federation ha reso noto che nel 2008 il fatturato mondiale è crollato a poco più di 13 miliardi di dollari, rispetto agli oltre 15 miliardi dell’anno precedente. Un calo del 13%, che riporta il settore ai livelli del 2005. Una crisi che ha salvato da una vita di prigionia e da una morte per asfissia circa dieci milioni di animali.
Marco Arceri – 07/05/2009
Fonte: Liberazione Animale

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News Inserita da Daria Mazzali Promiseland.it Redazione Italia

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