“Meat me halfway” è il documentario che ci porta (almeno) a metà strada verso la scelta vegan

E se poco fosse meglio di niente? Il documentario "Meat me halfway", prodotto e diretto dal ricercatore Brian Kateman con il produttore Journey Wade-Hak, sostiene che convincere le persone a mangiare meno carne sia la strada giusta, più facile e più veloce contro i cambiamenti climatici. Meglio tante persone che mangiano pochi derivati animali, piuttosto che pochi vegani; sei d'accordo?

Da un lato una crisi climatica senza precedenti, che impone un cambiamento immediato nelle abitudini alimentari globali; dall’altro, la difficoltà per molte persone di passare a un’alimentazione 100% vegetale vuoi per abitudine, pigrizia o semplicemente poco interesse per l’argomento. E se la soluzione fosse “a metà strada”? Questo è ciò che sostiene il documentario “Meat me halfway“, che indaga la possibilità di trovare un terreno comune tra il consumo indiscriminato di carne e derivati e la scelta vegan per il bene del pianeta.

Cofondatore e presidente della Reducetarian Foundation, organizzazione no-profit dedicata alla riduzione del consumo di prodotti animali, il ricercatore americano Brian Kateman esplora questo problema attraverso la lente della sua personale decisione di ridurre il consumo di carne e derivati animali. Convinto sostenitore della possibilità di fermare i cambiamenti climatici un pasto vegetale alla volta – senza quelle che lui stesso definisce “scelte drastiche” e quella filosofia del tutto-o-niente che può scoraggiare gran parte delle persone – Kateman guida lo spettatore alla scoperta di alimenti alternativi alla carne e ai derivati animali.

Ecco allora l’intervista a Ethan Brown, fondatore e CEO di Beyond Meat, azienda fondata nel 2009 in California e famosa ormai a livello globale per i suoi sostituti vegani di carne e derivati; l’intervento della chef americana Miyoko Schinner, fondatrice del brand di formaggi vegetali Miyoko’s e sostenitrice del milk e meat sounding sulle etichette dei prodotti vegetali; e poi la partecipazione di Eric Adams, candidato sindaco di New York che ha fatto della sua scelta vegan uno cardini della sua ascesa politica.

solo uovo
Brian Kateman assaggia il pollo in vitro di Eat Just.

A tutto questo si aggiunge un’analisi sulla nutrizione e soprattutto sulla disinformazione legata al consumo di prodotti di origine animale. Per esempio, si spiega come gran parte della disinformazione sul cibo sia legata ai medici, che ricevono una formazione nutrizionale inadeguata durante il loro percorso di studio, soprattutto rispetto ai benefici di un’alimentazione vegetale. Il documentario chiarisce anche che la carne e altri derivati animali non provengono dalle “fattorie felici” che la maggior parte delle persone immagina, ma principalmente da anacronistici allevamenti intensivi. Evidenzia inoltre il crescente problema dell’antibiotico resistenza, legato alle immense quantità di antibiotici somministrati al bestiame, che può diventare un grave pericolo per la salute pubblica.

Per saperne di più: Allevamenti e antibiotico resistenza, qual è il legame?

Mangiare meno carne per salvare il pianeta? Giusto, ma non basta

Sicuramente è difficile parlare di questo documentario senza sollevare alcune considerazioni. Innanzi tutto, bisogna analizzare la questione anche dal punto di vista etico: mangiare meno carne e derivati animali è un primo passo per fermare (o almeno rallentare) i cambiamenti climatici, ma non basta; la scelta “reducetariana” non mette fine allo sfruttamento e all’uccisione di miliardi di animali negli allevamenti intensivi. La scelta vegan è l’unica veramente in grado di agire sia per il bene degli animali che del pianeta.

Detto questo, sappiamo che vivere con il paraocchi non serve e, anzi, può risultare controproducente: in questo momento storico i vegani, anche se in continuo aumento, sono ancora una minoranza rispetto alla totalità degli onnivori, ed è un dato di fatto. Se tutti gli onnivori riducessero – anche solo dimezzandolo – il proprio consumo di carne, sarebbe già un passo avanti enorme.

Non dimentichiamo poi che l’alimentazione è legata soprattutto a un fattore culturale. Melanie Joy, psicologa americana e attivista per i diritti animali, definisce “carnismo” la nostra abitudine a consumare carne, considerata naturale, necessaria e normale. Ma quando diciamo che ci piace la carne parliamo del suo gusto? Della sua consistenza? O piuttosto dell’abitudine che si nasconde dietro al suo consumo, delle tradizioni familiari che associamo a quel determinato alimento? Molto spesso il cibo è legato a emozioni, ricordi e stati d’animo, ed è difficile che quella che viene (erroneamente) percepita come una privazione o una mancanza sia accolta con entusiasmo.

La filosofia vegan non è una privazione (basta vedere cosa mangiano i vegani per convincersi!), ma ben venga anche chi decida di fare qualcosa, piuttosto che non fare niente.

Guarda il trailer del documentario, disponibile sulle principali piattaforme tra cui Prime Video, Google Play, iTunes:

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Sauro Martella
Fondatore VEGANOK

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