Marco D\’Eramo: un Manifesto per Gesuiti (2/2)

Promiseland -

Seconda parte Le ridicole dichiarazioni di Bush sono il punto di partenza per un discorso sull’antropomorfizzazione degli animali: un lunghissimo elenco di atteggiamenti demenziali che gli umani (per l’esattezza gli statunitensi, qui elevati a quanto pare a rappresentanti dell’intero genere umano, o quanto meno dell’occidente) tengono nei confornti dei non umani che vivono con loro, […]

Seconda parte

Le ridicole dichiarazioni di Bush sono il punto di partenza per un discorso
sull’antropomorfizzazione degli animali: un lunghissimo elenco di atteggiamenti
demenziali che gli umani (per l’esattezza gli statunitensi, qui elevati a
quanto pare a rappresentanti dell’intero genere umano, o quanto meno
dell’occidente) tengono nei confornti dei non umani che vivono con loro,
tanto lungo da far sospettare un certo compiacimento da parte di D’Eramo
nel soffermarvisi. Eccolo, godetevelo:

Ma, nella loro falsa ingenuità, le parole di Bush rivelano un altro aspetto che permea l\’animalismo cosiddetto per bene, e cioè il suo antropoformizzare i propri oggetti di amore. Non è solo il presidente degli Stati uniti che parla di Barney come del «figlio che non ha mai avuto». È come se gli animali, e in particolare i pets, fossero arruolati di forza nel genere umano, con tutti i tic e le aberrazioni che gli sono propri: a New York, alla Bow Wow Bakery si compra cibo naturista per cani cotto all\’istante, ma anche peanuts butter a forma di osso o dolci di fegato. Da Not Just Dogs si vendono collari, guinzagli e mantelline di marca Burberry per un costo variabile tra i 50 e i 190 dollari. Da Le Chien Trump Plaza un profumo per cagnetta costa 37,5 dollari il flacone. Da Doggie Do and Pussy Cats, Too!, compri mangiatoie lavorate a mano tra i 125 e i 175 dollari. Un servizio limousine ritira e consegna a domicilio cani, con video canini in macchina per allietare il percorso del quadrupede passeggero, a una tariffa di 20 dollari a viaggio in Manhattan. Saloni di bellezza offrono shampoo, messa in piega e taglio del pelo, oltre che pedicure e, curiosamente, manicure. Agenzie specializzate con filiali in tutto il mondo offrono possibilità di carriera ai groomers (letteralmente palafrenieri) di cani e gatti, come si può verificare aprendo su Internet la pagina dell\’American Pet Products Manufacturers Association, che nella sua fiera annuale espone più di 4.000 stands. Una delle esperienze più sconcertanti negli Stati uniti è visitare i cimiteri per animali (il che significa tutto un settore di attività economica: onoranze funebri, costruzione di bare, uso e acquisto dei terreni, come raccontato in quell\’indimenticabile film che è Il caro estinto). E si ha meno difficoltà a trovare una guardiania diurna per cani che un asilo nido per bambini. Il primo day-care center fu aperto a New York nel 1987. Ora ce ne sono più di una decina, e il costo annuo si aggira intorno ai 5.000 dollari (5.500 euro). Al Sutton Dog Parlour, i 30 clienti regolari pagano 15 dollari al giorno per i cani
piccoli, 20 per quelli grossi. Tra loro molti operatori di borsa, agenti di
Wall Street. In attesa che vinca la sua battaglia il movimento che punta a
consentire di portare i cani in ufficio.

Ha dimenticato di citare quella apoteosi della nullità umana che sono le
mostre feline e canine. Mi permetto di rimediare aggiungendole io.
A nessuno sfugga che i soggetti di questo lunghissimo elenco di idiozie
comportamentali non sono i cosiddetti \”animali\”, sono gli umani.
Gli
animali, in quanto soggetti, sono del tutto assenti. Allo stesso modo si
potrebbe parlare delle cure che gli americani hanno per la propria
automobile.
Inoltre, tutto ciò, come pure quel che segue, non c’entra nulla con la sensibilità verso \”gli animali\” ma riguarda l’atteggiamento verso il \”proprio\” animale, il che è ben diverso. Basti tornare a pensare al mercato della carne e riflettere cupamente sul fatto che proprio gli americani sono fra i maggiori consumatori di carne del mondo. Se questa è sensibilità verso gli animali… In realtà affrontare il discorso in questi termini equivale a raccontarci quanta cura gli americani (o chiunque altro) hanno per i propri figli e dedurne l’esistenza di una sensibilità da parte loro per i bambini
del terzo mondo. Un pensiero non molto lucido, non vi pare?
Ma andiamo avanti: l’elenco non finisce qui, bensì prosegue, senza alcuna
soluzione di continuità, passando a illustrare l’argomento \”cure
veterinarie\”, che evidentemente D’Eramo ritiene accorpabile nella categoria
\”comportamenti demenziali\”.

Domande ancora più drastiche sulla natura umana sorgono a visitare il
Bobst Hospital del Centro di Medicina Animale, dove vengono trattati 65.000 animali l\’anno e dove l\’accanimento terapeutico oscilla tra il tragico e il ridicolo, spesso
accoppiandoli: così si vedono cani o gatti paralizzati circolare su sedie a rotelle, oppure cani che, dopo essere
stati operati di tumore, sono sottoposti a chemio e radioterapia con perdita del pelo. L\’ospedale offre tutti i trattamenti medici e i sistemi diagnostici disponibili
per gli umani, dalle biopsie alle Tac, alle risonanze magnetiche. Il costo dell\’intera terapia può
facilmente superare i 10.000 dollari (per lo più non coperti dalle assicurazioni). Né poteva mancare lo psichiatra canino. Qualche anno fa, The New York Times raccontò
del dottor Peter Borchelt, che aveva conseguito un Ph. D. in comportamento animale (ma la sua tesi verteva sugli
uccelli) e che per oltre un ventennio era stato ricercato da possessori di cani e gatti che avevano problemi con i loro animali. La tariffa del dottor Borchelt era di
250 dollari a seduta, di 300 dollari per problemi di aggressività, cani particolarmente mordenti e
felini dall\’indole graffiante. Di recente sono apparsi sul mercato psicanalisti per cani e gatti. Ecco quindi cagnolini in carrozzina, tombe di
canarini, psichiatri per gatti.

Sappiate dunque che, qualora il vostro cane si ammalasse di tumore, se non
volete essere giudicati ridicoli non dovete osare sottoporlo a nessuna
cura bensì lasciarlo semplicemente morire.
Quanto all’esistenza di un \”Ph. D.\” in comportamento animale (etologia si chiama) la sua esistenza appunto, al di là dell’uso che tale dott. Peter Borchelt ne fa, dovrebbe far supporre a D’Eramo che esista una psiche animale, e che dunque dietro tutto questo teatrino dell’umana vanità che sembra essere l’unico oggetto degno del suo interesse, ci sono esseri senzienti. Ma questa deduzione, benché a portata di mano, è mille miglia lontana dal suo sguardo. E infatti nulla di meglio egli trova che concludere:

Si potrebbero aggiungere le assicurazioni per i pets (i costi veterinari aumentano dell\’11% all\’anno e una frattura a una zampa di un cane costa tra i 400 e i 1.000 dollari), le cause penali in cui gli animali potrebbero presentarsi come parte lesa,
e l\’antropomorfizzazione sarebbe completa.

Detto ciò, D’Eramo passa a indagare sulle cause di questo processo di antropomorfizzazione. Notiamo ancora una volta come l’argomento \”diritti degli animali\” sia già da innumerevoli righe scomparso del tutto ed è sempre di umani, dell’atteggiamento degli umani
verso gli animali che si continua a parlare.

Di solito non ce ne accorgiamo, ma quest\’umanizzare gli animali dipende
in parte dalle letture e visioni della nostra infanzia, dai cartoni
animati, dalla sequela di Bambi, cani dalmati della Carica dei centouno,
per arrivare poi ai bassotti, maialini, paperini, cani e mucche di Walt
Disney. Perciò, la sensibilità animalista cresce sì, ma con quale idea
degli animali?

La domanda è ottima. Direi fondamentale. La risposta D’Eramo la cerca in
un articolo del filosofo J. Hacking, la cui lettura, chissà, è forse il
movente di questo articolo e credo proprio costituisca tutta
la cultura (degna di questo nome) di D’Eramo sulla questione.

Una risposta cerca di darla il filosofo canadese Jan Hacking che nella
rivista Tijdschrift voor Filosofie ha pubblicato un articolo sul tema On
Simpathy: with Other Creatures («Sulla simpatia: con le altre creature»);
dove, si noti, la preposizione è con e non per). Hacking prende in
considerazione la letteratura animalista (non solo i vari libri di Peter
Singer, tra cui The expanding Circle – con riferimento a The Closing
Circle di Barry Commoner, ma anche Animal Rights: Extending the Circle of
Compassion di Mark Gold), ma in modo originale la mette a confronto con
gli scritti sugli animali di Charles Darwin (1809-1882) e David Hume
(1711-1776). E la conclusione più interessante, Hacking la trae quando
paragona l\’esperienza che abbiamo noi degli animali e quella che ne aveva
un filosofo come Hume, il cui Trattato sulla natura umana analizza l\’uomo
in costante paragone con gli animali, per esempio nelle sezioni «Sulla
ragione degli animali», «Sull\’orgoglio e l\’umiltà degli animali»,
«Sull\’amore e l\’odio degli animali». Hacking osserva che anche in una
città come Edinburgo la familiarità di Hume con gli animali era molto più
stretta e diversificata di quella che potrebbe avere un filosofo odierno.
Hume poteva osservare che un bue rinchiuso con dei cavalli si unisce a
loro (se non ci sono altri buoi). A noi invece è ormai ignota l\’esperienza
delle stalle miste con il bestiame rinchiuso insieme, cavalli con maiali,
capre e buoi. «Un tempo, scrive Hacking, le persone e gli animali vivevano
in stretta prossimità. Anche chi non era contadino o cacciatore, viveva
vicino a contadini e cacciatori. Ora in un sempre più diffuso mondo
industrializzato la nostra specie è quasi tutta sola. Sola nel senso che
non c\’è quasi nessuna specie con cui siamo o possiamo essere in contatto
quotidiano e procedere con le nostre vite collettive». Basti pensare che è
avviato all\’estinzione un animale un tempo diffusissimo come l\’asino,
perché sta smettendo di essere utile. Rispetto a Hume, scrive Hacking «la
nostra esperienza (degli animali) è esattamente l\’opposto: niente stalle,
ma interminabile esposizione televisiva alla natura selvaggia. Per
esagerare, e non per sottostimare l\’importanza dei pets, si può dire che
invece di vivere con gli animali, viviamo con due tipi di immagini.

Questo lungo passo dell’articolo, in cui D’Eramo riassume il testo di
Hacking (e che pertanto non è farina del suo sacco) è l’unico che offre
seri spunti di riflessione.
Esatto: l’umanità si è sempre più rinchiusa nel proprio branco, divenuto
oggi come non mai totalizzante, ha perso, oggi come non mai, il contatto
con – e la consapevolezza del – non umano, vivente o non vivente,
senziente o non senziente che sia. E ha sostituito l’esperienza con
l’immaginario, la realtà con l’allucinazione mediatica, l’interazione
coinvolgente con la visione a distanza.
Ne consegue che da una parte:

Ci sono le immagini della natura selvaggia» degli innumerevoli
documentari tv alla National Geografic, con le sempre ripetute immagini di
leoncini che scorazzano sulla criniera del padre, piccoli orsi bianchi che
dormono sull\’immensa orsa distesa, cuccioli di ogni e qualunque specie a
cui viene conferita un\’umana infantilità (insieme a una sanguinaria
innocenza nello sbranare le proprie prede).

Dall’altra, verrebbe da aggiungere, ci sono i non umani inglobati
nell’universo umano, cooptati in esso e che esso tenta di (ri)forgiare a propria immagine e somiglianza, come del resto il paesaggio, come del resto ogni altro aspetto del mondo. Poiché nulla deve toccare l’umano che non sia a sua volta umano o comunque suscettibile di \”umanizzazione\”. E’ l’estensione a livello
interspecifico di ciò che su scala più ridotta, intraspecifica, è la xenofobia, la paura del
diverso, dell’altro da sé:
da omologare o da espellere.
Verrebbe da aggiungere tutto ciò dicevo, ma non è così che continua il
testo di D’Eramo-Hacking, bensì come segue:

«E poi ci sono le immagini degli animali nelle fattorie e nei
laboratori, forniteci dagli animalisti», con le sofferenze
antropomorfizzate delle cavie e dei macelli.

Quest’ultima frase, \”le sofferenze antropomorfizzate delle cavie e dei
macelli\”, mi è stato detto che è quella che ha suscitato le reazioni più
indignate. E c’è da capirlo.
Siamo ormai prossimi alla fine dell’articolo, iniziato, ricordiamolo, con
la citazione \”cartesiana\” del Daily Telegraph e siamo dunque in presenza
della classica chiusura del cerchio. Nuovamente veniamo risbattuti indietro
di secoli, tornando con ciò a uno stadio che è al di là, molto al di là
del semplice antropocentrismo: qui si regredisce a una visione
predarwiniana del mondo biologico,
all’essere vivente non umano come puro e
semplice oggetto biologico, incapace di tutto ciò che è e deve restare
esclusiva peculiarità dell’uomo, perfino della pura e semplice sofferenza
fisica; si cancellano con ciò in due righe un secolo e mezzo di
evoluzionismo, un trentennio di sociobiologia,
tutto ciò insomma che ci ha
insegnato che fra \”noi\” e \”loro\” non esistono muri ma solo una continuità
progressiva di distanze, fisiologiche e comportamentali (cioè psichiche)
tutt’altro che immense e insuperabili. Regrediamo dunque nuovamente alle
arcaiche, improponibili affermazioni di Cartesio, mai come in questo
istante avvertiamo l’alito ammuffito dell’ideologia
gesuitica.

Da notare che queste parole non sono virgolettate, dunque non è chiaro se
esprimano il pensiero di Hacking o se siano un’aggiunta più o meno gratuita
di D’Eramo. Ma qui è D’Eramo che mi interessa ed è ovvio che se le ha
scritte le pensa.
E passiamo al finale:

Certo, qualcuno vicino agli animali è rimasto ma, ribadisce Hacking, «per
la prima volta nella storia umana, una significativa, e in termini geopolitici ora
dominante, parte della specie umana è sola». E Hacking conclude: «Mi è persino
stato suggerito che un aspetto dei movimenti di liberazione degli animali è una sorta
di nostalgia per il tempo in cui noi, come specie, avevamo compagnia. Andrei un
passo più in là: il recente entusiasmo per gli alieni e i cyborg può rappresentare un
desiderio della fantasia per nuovi tipi di esseri con cui poterci associare. Le
rinnovate domande di una «cosmopolitica» possono essere viste come desiderio di
avere un cosmo più grande, popolato da altri esseri con cui noi dovremmo imparentarci». Hacking
coglie qui una delle caratteristiche decisive la modernità: la nostra solitudine come
specie. È questa solitudine che illumina di una luce irripetibile (non sempre
né solo positiva) il nostro improvviso, intenso, talora lezioso amore per gli animali.

L’ipotesi di Hacking, che tira in ballo addirittura alieni e cyborg è quel
che è: un’ipotesi. Ci studino sopra sociologi, esperti di psicologia delle
masse e di etologia umana. Facciano. A me pare, come dicevo poco sopra, che
l’umanità non sia mai stata rinchiusa in se stessa e paga del proprio
esserlo come lo è oggi, e, quanto all’invenzione di esseri immaginari
(gli alieni e i cyborg tirati in ballo da Hacking), nulla ci sia di nuovo,
essendo stati essi anzi prodotti a getto continuo lungo tutto il corso
della Storia. Citerò per tutti il più famoso, una vera e propria superstar
dell’immaginario umano: Dio. Con un simile \”compagno di strada\”, anzi con
un simile cicerone nel giro turistico della vita, che bisogno c’è di un
cane o di un gatto antropomorfizzato per non sentirsi soli?
Del tutto gratuita mi pare dunque l’interpretazione dell’animalismo in una
simile chiave. Gratuita ma perfettamente funzionale al presupposto
originario dell’articolo di D’Eramo; ricordiamolo: la \”non esistenza
oggettiva\” del concetto di diritti degli animali, il suo esclusivo
appartenere all’immaginario umano. Come alieni, cyborg… e dèi
appunto.
Quel che è certo è che siamo, anzi, come già detto, fin dalle prime righe
siamo stati, immensamente lontani dalla domanda fondamentale: chi sono
coloro che noi chiamiamo \”animali\” (quasi noi non lo fossimo a nostra
volta)? D’Eramo questa domanda non se l’è nemmeno posta, anzi peggio: non
l’ha ritenuta meritevole d’esser posta. Egli si è domandato semplicemente
che cosa essi sono per noi. Una cosa dunque è chiara: tutto questo con le
ragioni profonde dell’etica antispecista di Singer, Regan, Nozick (quel
Nozick che chissà perché nessuno nomina mai), non c’entra assolutamente
nulla. E sono queste ragioni profonde al contrario che meritano di
essere raccontate.
Tornando in conclusione a un parallelo musicale, ciò che ha fatto D’Eramo
è stato partire citando Bach e Beethoven, poi, senza soluzione di
continuità, passare a una prolungata descrizione della \”sensibilità diffusa\” verso
la \”musica\” di Jovanotti e giungere alla brillante conclusione che la
musica è arte priva di dignità culturale autonoma. Nessun direttore di
giornale, nessun editore, nessuno avrebbe mai accettato di pubblicare un
articolo impostato su un simile caracollante percorso concettuale. Ma qui
si parla di animali e su questo argomento, si sa, tutti diventano
improvvisamente \”di bocca buona\”.

Fine. E cosa dunque rimane, alla fine, di tutto ciò? Rimangono soltanto
due cose: una penosa figuraccia fatta da chi in altre occasioni ha dato
migliori prove di sé e un’ora di tempo sprecata davanti a un monitor
semplicemente per dire che qualcuno ha fatto una
figuraccia.
E a proposito della seconda di tali cose, mi sia consentita una
inevitabile, desolata, annoiata, spazientita considerazione. Semplicemente
questa: possibile che l’umanità non mi offra occasioni migliori cui
dedicare il mio tempo? La vita è breve, signori.

Articolo di Filippo Schillaci


Nota semiseria: Le illustrazioni che accompagnano questo articolo,
tratte da una
composizione di autore a me ignoto, costituiscono rappresentazione
iconografica di un processo diametralmente opposto
all’antropomorfizzazione, e più precisamente di un processo che potremmo
molto semplicemente definire di \”xenomorfizzazione tramite rappresentazione
zoosomatica comparativa\”. Spero di essere stato chiaro.


Appendice: Qualche modesto suggerimento a Marco D’Eramo (e non
soltanto) relativamente a utili letture che possano consentirgli, in un
futuro speriamo prossimo, di porsi di fronte all’etica antispecista con
maggiore cognizione di causa.
Oltre ai testi citati dallo stesso D’Eramo (che si spera legga al più
presto) consiglio i seguenti:

AA.VV., Il progetto grande scimmia, Edizioni Theoria, Roma, 1994.
Lo considero uno dei più solidi libri usciti finora sull’argomento. Le
ragioni dell’antispecismo vengono affrontate sia sul piano scientifico
che etico con argomentazioni rigorose da una molteplicità di autori di
ottimo livello.

Manuela Petescia, Se l\’uguaglianza fosse un\’emozione, Il Giornale del Molise, 11 Febbraio 2003.
Apparentemente una favoletta, in realtà un apologo di grande profondità in
cui il discorso dell’estensione della sensibilità verso gli esseri
senzienti non umani viene, con grande naturalezza (la naturalezza che è
solo dei bambini) ribaltato nell’espressione della sensibilità verso
l’uomo vissuta come un sottoinsieme di una più ampia sensibilità che
include tutto il mondo vivente.

Rinascita animalista
Sito web frutto di un Collettivo di lavoro che affronta le tematiche
dell’antispecismo da un punto di vista marxista.

Massimo Filippi, Può un non vegetariano dirsi comunista?,
(prima
e
seconda parte), Oltre la Specie, 2003.
In cui si affronta il tema della coincidenza fra azioni di rispetto verso
l’uomo e verso gli altri esseri senzienti con particolare riferimento al
tema delle scelte alimentari.

G. Gray Eaton, L’ordine sociale dei macachi del Giappone, Le Scienze n. 101, gennaio 1977.
Il cui autore, che ha cominciato a occuparsi di etologia dopo essersi
dedicato a «esperimenti di lesione cerebrale su primati non umani»
(traduzione: vivisezione, e forse della peggiore specie) e che non può
dunque essere considerato un \”animalista\”, parla esplicitamente a proposito
dei macachi da lui studiati, di «comportamenti protoculturali».
Antropomorfizza anche lui?

A proposito di quest’ultimo articolo noto che sono trascorsi 26 anni dalla
sua pubblicazione. Pur lento di riflessi, il mondo della cultura dovrebbe
ormai aver recepito certe acquisizioni. Non vi pare?


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