Le abbiamo viste sfilare in passerella in dosso ai corpi smilzi delle modelle nelle ultime collezioni invernali.
E le abbiamo viste esibite dietro le quinte dei concerti da popstar di fama internazionale, amanti (a loro modo) degli animali; indossate dalle figlie delle star di Hollywood, in età pre-scolare; sono state un’icona della moda anni ’80 quando ecopelliccia significava solo non potersi permettere quella vera. Come dimenticare quella indossata dall’acerba e splendida Maria Schneider al fianco di Marlon Brando nel film “Ultimo tango a Parigi”? Fotogrammi che resteranno nella storia e nell’immaginario comune per perpetuare un oggetto di lusso, accessibile a pochi.
Se non altro noi vorremmo che l’exemplum crudele si circoscrivesse a queste sole immagini. Purtroppo non è così: dal freddo pungente di una passeggiata in centro ai pomeriggi innevati nelle località sciistiche risulta pressoché impossibile non vederle esibite da signore attempate e non, convinte di indossare un capo opulento e non di vestire solo orrore e morte.
Proposte e riproposte in nuance sgargianti e vitaminiche come uno dei must di stagione, sembra che le pellicce a pelo lungo, corto o rasato, dalle ultime tendenze lanciate dalle maison di moda più prestigiose, scalderanno i corpi femminili anche per l’Autunno Inverno 2013. Ma non finisce qui: la triste sfilata in città continuerà con bordure, inserti, colli che andranno ad “arricchire” abiti e accessori.
Il mio discorso non vuole neanche sfiorare il problema dell’alto impatto ambientale della produzione delle pellicce, che indubbiamente esiste, ma essere un discorso puramente etico e direi, “evoluzionistico”; un monito a, come avrebbe detto qualcuno, guardare “oltre lo sguardo”… ad essere avanti o nel tempo giusto.
Ricordo bene il giorno in cui da piccola, insieme ai miei genitori, varcai la soglia di una pellicceria e mia madre, indecisa su quale pelliccia dovesse cadere la sua scelta, incitandomi mi chiese di indicarle quella che preferivo. Così io, onorata dell’incarico, con occhi pieni di stupore mi aggiravo incuriosita tra i diversi “esemplari” accarezzandoli con una mano. Alla fine il modello favorito fu un capo che rassomigliava ad una grande campana, con le bordure delle maniche che mi sembravano le zampe di un grosso mammut.
All’epoca ero troppo piccola ed ignoravo che quei capi avessero un cruento passato. Neanche immaginavo che per realizzare la pelliccia di mia madre ci fossero voluti all’incirca ben 28 esemplari.
Difatti, cosa che forse ingenuamente non consideriamo è che le dimensioni della pelle di un animale spesso non sono sufficienti per la produzione di un’unica pelliccia. Inoltre il mantello di uno stesso animale può presentare diverse caratteristiche a seconda che si parli di pelliccia ventrale o dorsale. Ne consegue che per produrre un’unica pelliccia è necessario utilizzare il mantello di più di un esemplare. Va notato poi che, per animali la cui pelliccia ventrale ha un colore diverso rispetto a quella dorsale, è necessario utilizzare un numero maggiore, anche doppio, di esemplari rispetto ad animali della stessa taglia la cui pelliccia ventrale è dello stesso colore di quella dorsale.
Qui di seguito voglio riportare, a titolo di esempio, accanto alla denominazione della specie, il numero medio di esemplari necessario a produrre una sola pelliccia della superficie di 2500 cm²:
• Ondatra: 46;
• Cincillà: 64;
• Scoiattolo: 80;
• Volpe rossa: 10;
• Coniglio: 38;
• Lince: 9;
• Visone: 28;
• Visone: 20 (per pelli maschili);
• Castorino: 30;
• Opossum: 32;
• Zibellino: 58.
Se questi dati non bastano per farsi una pessima opinione della pelliccia, allora ricorrerò ad un ragionamento piuttosto ampio, che probabilmente apparirà improprio, ma che per me vale la pena impostare perché, a mio avviso, fa cambiare moltissimo le vedute.
Se, puta caso, siamo “ingolositi” da un’invitante pietanza, che si presenta bene, ha un odore gradevolissimo, una consistenza ottima, ma di cui, pur idolatrando il prodotto finito, ignoriamo il procedimento con cui è stato realizzato; magari poi ci è dato di sapere che il suddetto prodotto è stato realizzato in condizioni di sporcizia, dunque in totale noncuranza delle norme igieniche, fors’anche con materie prime avariate, ma camuffato ricorrendo ad aggiunti chimici, tanto da presentarsi appetibile ai sensi. Ebbene, in questo particolare caso di certo non apprezzeremmo il prodotto finito come avevamo fatto in precedenza e non lo mangeremmo neanche; anzi non lo acquisteremmo affatto. Così sono certissima che i possessori di pellicce o chi ha intenzione di compiere l’indegno acquisto, non sarebbero più tanto allettati nel vedere come queste vengono realizzate; se potessero, ad esempio, assistere ad un crudo scuoiamento udendo le grida svenevoli di dolore dell’animale o vederlo afferrato per la coda e percosso ripetutamente a terra, come è consuetudine fare spesso per far sì che le scariche di adrenalina, legate alla paura dell’animale, possano lasciare la sua pelliccia più turgida e dunque più piacevole alla vista. Credo assolutamente che assistere a queste immagini, anche attraverso gli svariati video messi a disposizione su YouTube, possa far mutare il valore della tanto amata pelliccia cambiandola improvvisamente di segno; e se così non fosse faceva forse bene Miguel Zamacois a definire pelliccia il pelo che ha cambiato bestia .
Bisognerebbe solo riempire il vuoto normativo con un pizzico in più di dignità…
Dopo anni di chiassose proteste animaliste ad oltranza, nell’era inaugurata dell’ambiente, da quando hanno “inventato” i vegani, l’energia verde, dopo il biologico, il biotico e quant’altro è inaccettabile ripristinare una moda preistorica. E stavolta non virgoletterò il termine perché, a pensarci bene, è solo ed essenzialmente questo.

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Luigi
dice:E’ terrificante pensare a quello che fanno a questi poveri animaletti semplicemente per creare un capo d’abbigliamento che si potrebbe ottenere in mille altri modi!
Un’altra cosa che io abolirei è il circo:gli animali vengono trattati in modo davvero violento. Inoltre facendo sempre la stessa cosa per tutta la loro vita finiscono per impazzire.
Non dimenticherò mai quello che i miei occhi videro nel backstage di un circo qualche anno fa: c’era un povero elefante che legato per il piede era costretto a fare sempre lo stesso tipo di movimento, cioè rimaneva immobile su se stesso e muoveva solo la testa come se volesse annuire ripetutamente. Io credevo giocasse perchè era felice..solo dopo qualche settimana, vedendo un servizio a striscia, mi resi conto che la povera bestiola faceva così perchè soffriva. Essendo costretto a vivere in pochi metri quadri e non potendo fare altro che star fermo finiva per impazzire..
Fatto sta che da quel giorno non ho messo più piede al circo, e mi son promesso di non dare mai più un euro a chi fa credere di voler del bene agli animali e invece li usa solo per altri scopi.
Luigi
dice:E’ terrificante pensare a cioò che fanno a questi poveri animaletti semplicemente per creare un capo d’abbigliamento che si potrebbe ottenere in mille altri modi!
Un’altra cosa che io abolirei è il circo:gli animali vengono trattati in modo crudo e violento. Inoltre facendo sempre lo stesso movimento per tutta la vita finiscono per impazzire.
A tal proposito non dimenticherò mai quello che i miei occhi videro nel backstage di un circo qualche anno fa: c’era un povero elefante che legato per il piede faceva sempre lo stesso tipo di movimento, cioè rimaneva immobile su se stesso e muoveva solo la testa come se volesse ripetutamente annuire. Io credevo giocasse perchè era felice..solo dopo qualche settimana, vedendo anche un servizio a striscia, mi resi conto che la povera bestiola faceva così perchè soffriva. Essendo costretto a vivere in pochi metri quadri e non potendo fare altro che star fermo finiva per impazzire.
Da quel giorno non ho messo più piede al circo e mi son promesso di non dare mai più un euro a quella gente che finge di amare gli animali, e invece li “usa” solo per altri scopi o per divertimento.
Ilaria Iacoviello
dice:Luigi ti ringrazio per il tuo commento, molto mirato e profondo. Sei riuscito a carpire qualcosa che molte altre persone non considerano, cioè la sofferenza di quelle povere bestiole, strappate alla loro natura e costrette a qualcosa di artificiale per loro… e che dovrebbe apparire inautentico anche ai nostri occhi; ma a volte, per diletto o superficialità, non consideriamo questa realtà che, nostro malgrado “sfama” molte bocche… Mi hai dato spunto per un nuovo articolo del quale sicuramente mi occuperò con dedizione, visto che stimo che l’argomento ti sia molto a cuore…
Paola
dice:Una barbarie ignobile, da cultura medievale. Vergogna, vergogna!!