Ho cominciato la mia vita come monaco jainista. La vita di un monaco è estremamente dura e sperimentale. Avevo appena quattro anni quando mio padre morì. Fu un grandissimo shock. Rimasi completamente sconvolto. E da quello stesso giorno cominciò il viaggio della mia anima. Mi misi alla ricerca di una vita per sconfiggere la morte. Ecco perché, cercando questa vita eterna e immortale, diventai monaco all’età di nove anni.
Ma quello stile di vita richiede che tu sia molto, molto ecologico. Devi vivere con pochissimo. Rinunci alla casa, alle scarpe, ai soldi; diventi un monaco mendicante. Per nove anni ho camminato scalzo, di villaggio in villaggio, porta dopo porta, elemosinando il cibo. Quello che ho imparato dai miei insegnanti sull’elemosina, è che talvolta dare è più facile. Quando dai, puoi provare un senso di orgoglio, di soddisfazione. Ma quando devi mendicare, devi abbandonare l’arroganza, l’ego e le difese. Metti la mano davanti a una persona e dici, totalmente vulnerabile: “Condivideresti un pezzo di pane con me?”. E se qualcuno ti dà qualcosa, lo ringrazi con profonda umiltà. Se nessuno ti dà niente, ringrazi tutti lo stesso, senza rabbia, orgoglio o ego. Continui per la tua strada. Questa è la vera lezione del ricevere.
Per nove anni ho vissuto senza soldi e senza casa, elemosinando il cibo. In sanscrito, i monaci sono chiamati “muni”, che vuol dire colui che pratica il silenzio. Quindi, essere un monaco vuol dire praticare quella meditazione e contemplazione, intraprendere il viaggio interiore per scoprire chi siamo, perché siamo in questo mondo, perché moriamo e cosa accadrà dopo che ce ne saremo andati. E perché continuiamo a tornare in questo mondo. Queste erano le domande profonde – di natura filosofica, spirituale e religiosa – che per nove anni mi hanno spinto a praticare. Dopodichè, mi imbattei nel Mahatma Gandhi. Qualcuno mi aveva dato un piccolo libro, la sua autobiografia, e la lessi. Il Mahatma Gandhi diceva che alcune persone pensano di poter praticare la spiritualità in isolamento, all’interno di un ordine monastico chiuso. Invece, secondo lui, dobbiamo praticare la nonviolenza, la compassione e il servizio – tutti questi meravigliosi concetti spirituali – nella vita mondana di ogni giorno. Non va bene quando la gente dice che la spiritualità è per i santi, per i monaci nei monasteri. “Noi siamo gente d’affari. Dobbiamo pensare all’agricoltura, al commercio, all’artigianato. Dobbiamo fare gli insegnanti, le casalinghe o i padri di famiglia. Non possiamo praticare questi elevati principi”. Gandhi diceva che dobbiamo guarire questo dualismo, questa separazione, questa frammentazione. E tale guarigione può avvenire ovunque: nell’agricoltura, l’industria, gli affari, le università, le scuole, le case, i negozi, le strade, le periferie o i villaggi rurali.
Qualunque cosa tu stia facendo, chiediti: qual è il modo giusto di guadagnarsi da vivere? Chiediti: qual è il modo giusto di vivere? Qual è il mio scopo in questa vita, e perché sono qui? La risposta è nel tuo cuore: la tua silenziosa voce interiore ti darà la risposta. La risposta data dal Buddha è bella. La risposta data da Krishna o da Gesù Cristo, sono belle anche esse. Ma la risposta autentica non viene che dal tuo cuore. Il divino è in te. Ascolta la tua voce autentica e sii ciò che sei. Non cercare di copiare qualcun altro. Stiamo sempre cercando di essere qualcos’altro, qualcun altro, da qualche altra parte. Sentiamo parlare di qualcuno e diciamo: “Accidenti, che grande pittore, voglio essere come lui/lei”.
Per me, il messaggio di Gandhi era: quando sarai te stesso, ti renderai conto che sei un essere unico e speciale. Nel mondo ci sono sei miliardi di persone, ma non esiste nessun altro come te. Tu sei un dono molto speciale per questo pianeta. Perché non essere ciò che sei e praticare nella vita di tutti i giorni, in qualsiasi luogo? Non occorre andare nelle foreste e vivere nelle caverne; può andare bene anche vivere nel mondo.
Questi concetti, per me monaco, erano tanto toccanti e profondi che mi misi a piangere. All’epoca avevo solo 18 anni, e rimasi molto turbato. Dissi: “Devo praticare ciò che Gandhi sta dicendo”. Per cui, ispirato dal grande e profondo pensiero di Gandhi, una notte scappai dall’ordine monastico. Nella tradizione jainista non è consentito abbandonare il monastero: il tuo impegno vale per tutta la vita. Ma ero così turbato dalle parole di Gandhi che scappai e andai nel suo ashram. Lì cercai di vivere quel principio della nonviolenza. Per me, l’equivalente spirituale dei termini “ecologia”, “tutela del mondo e del pianeta” è nonviolenza. Esistono ecologisti superficiali, come li chiama Arne Naess, che cercano di governare l’ambiente. Essi sostengono che gli esseri umani sono superiori alla natura, quindi devono controllarla e regolarla.
La natura – le foreste, i fiumi, gli alberi, le montagne – è per il beneficio dell’uomo. Questa è ciò che David Ehrenfeld ha chiamato “l’arroganza dell’umanesimo”. A partire dal Rinascimento, dall’età dei lumi e dallo sviluppo scientifico e tecnologico da essi determinato (quello che noi chiamamo progresso), noi esseri umani abbiamo un grande desiderio: controllare e conquistare la natura per il nostro beneficio.
Il Mahatma Gandhi, prima della nascita di qualsiasi movimento ambientalista, parlò della nonviolenza verso gli animali e le piante, e di un grande e profondo rispetto per tutta la vita. In questa filosofia della nonviolenza, gli esseri umani sono solo una componente nella trama della vita. Ne facciamo tutti parte, e nessuno è superiore o inferiore. Nemmeno i vermi.
Dobbiamo comprendere la totalità di questa Gaia, di questo organismo vivente, il pianeta Terra, e possiamo farlo non solo usando l’analisi razionale, scientifica, intellettuale, ma anche la tradizione spirituale e la nonviolenza. Tutti parliamo di razzismo e diciamo che non dovremmo essere razzisti, ma questa concezione nonviolenta del mondo ci chiede anche di pensare allo “specismo”, al fatto che gli esseri umani considerano la propria specie superiore e più importante. Lo specismo porta l’uomo a uccidere gli animali per nutrirsi, a cancellare le foreste pluviali per ricavarne legname, a distruggere fiumi e montagne per costruire New York, con i suoi edifici altissimi.
La natura è il primo insegnante, ma lo abbiamo dimenticato. E in mezzo ai nostri disastri stiamo cercando di tirare avanti, pensando sempre di poter governare l’ambiente. E’ l’ambiente a governare noi. Dobbiamo cancellare dalla nostra mente questo atteggiamento manageriale per imparare a essere umili. L’umiltà è il principio più profondo dell’ecologia, e per questo dico che la spiritualità e l’ecologia vanno insieme.
Se non abbiamo una concezione sacra della Terra, se non impariamo ad amarla e governarla, non ci porterà da nessuna parte. Se risolviamo un problema, ne creeremo altri dieci. Ma quando consideriamo l’acqua con umiltà e riverenza, l’Hudson, il Gange e il Tamigi – tutte le centinaia di migliaia di fiumi del mondo – diventano fiumi sacri. Andate a rendere omaggio all’acqua. Tuffatevi in essa, rinfrescate il corpo, la mente, l’anima e lo spirito in quest’acqua.
Mentre vivevo nell’ashram di Gandhi, sentii dire che Bertrand Russell, il grande filosofo, era finito in prigione. Lessi sui giornali che questo filosofo novantenne era in prigione a causa del suo impegno per la pace, delle proteste contro le armi nucleari. E dissi: “Ecco un uomo nonviolento che va in prigione all’età di 90 anni, affinchè ci sia la pace nel mondo. Cosa posso fare?”. Preso da ispirazione, scrissi una lettera a Russell, dicendo: “Tu stai lavorando per la pace, io voglio lavorare per la pace. Tu ti stai impegno per il disarmo nucleare, io voglio impegnarmi per il disarmo nucleare. Quello che ho imparato, come monaco, è camminare. Voglio camminare dall’India, da Delhi, dalla tomba dal Mahatma Gandhi, il più grande apostolo della non-violenza, fino a Mosca, Parigi, Londra, Washington DC, le quattro capitali nucleari (a quei tempi, la Cina non aveva armi nucleari). Andrò a piedi in queste quattro capitali nucleari e porterò testimonianza contro la bomba, a favore della nonviolenza e del rispetto verso la vita. Questa si chiama “azione spirituale””.
Dopo dieci giorni, ricevetti con grande gioia una lettera da Russell, che diceva: “Splendida idea. Una lettera dall’India che dice che tu e il tuo amico, due giovani, volete venire. Non ricevo tutti i giorni lettere simili. Spero – ho novanta anni – di vivere abbastanza da potervi dare il benvenuto in Inghilterra. Per favore, affrettatevi”. E fu quello che feci. Cominciai a camminare il più velocemente possibile: trenta, cinquanta, anche sessanta chilometri al giorno, partendo sempre all’alba gelida, nelle montagne afgane, nel deserto iraniano, nei villaggi innevati della Russia, nelle giungle di cemento dell’Europa, della Germania.
Alla fine arrivai in Inghilterra, e Bertrand Russell era ancora vivo e ci diede il benvenuto. Disse: “Desidero che completiate la vostra missione andando a piedi verso le quattro capitali nucleari. Voglio che andiate in America. Non potete camminare sull’acqua, o forse sì? Non siete Gesù Cristo. Posso darvi dei soldi?”.
Risposi: “Bertie”, eravamo diventati amici, “niente soldi, perché partendo dall’India ho giurato sulla tomba del Mahatma Gandhi che sarei venuto come un monaco, totalmente disarmato. E quando hai dei soldi in tasca, hai la sensazione di poterti comprare il viaggio; quando hai fame, puoi mangiare in un ristorante; quando vuoi dormire, puoi stare in un bed and breakfast. Non hai bisogno di nessuno, sei autosufficiente. E questa è una specie di paura. I soldi sono un simbolo della paura: senza di essi, non sopravviveresti. E la paura è la causa fondamentale delle guerre. Vuol dire che non hai fiducia in te, negli altri e in Dio. Per questo ho detto: partirò senza soldi. E dopo due anni, sono arrivato senza un penny. Bertrand Russell rispose: “Voglio darti dei soldi, così potrai volare in America”. Ma io dissi: “Non voglio volare. Volare e camminare sono cose troppo distanti tra loro. Al massimo andrò via mare, in modo che potrò camminare un poco sulla nave”.
Allora Bertrand Russell comprò due biglietti per una nave bellissima, la Queen Mary. Così, dopo due anni e mezzo di viaggio, arrivai a Washington DC.
Cominciai il mio viaggio dalla tomba del Mahatma Gandhi e lo finii in quella di John F. Kennedy, nel cimitero di Arlington: due uomini vittime di violenze, di pallottole e di omicidi. E paradossalmente e simbolicamente per me fu importante cominciare il viaggio da una tomba e finirlo in un’altra. Da una tomba all’altra per la pace, contro le pallottole e le bombe. E questo è solo un tipo di violenza.
Metaforicamente, stiamo usando bombe e pallottole contro le foreste, i fiumi e il cielo. E’ una violenza sottile e nascosta, ma la stiamo tutti praticando, e io sono colpevole come chiunque altro. Oggi, in questa era moderna e progressista, non sappiamo più vivere con semplicità; ci sembra di non avere mai abbastanza.
America, paese più ricco del mondo, cosa vuoi di più? Perché desideri un’economia globalizzata? Perché vuoi che la Coca Cola sia ovunque? Perché vuoi i McDonald’s in tutto il mondo? Non ne hai bisogno; possiedi abbastanza. Ho letto, su una rivista chiamata Adbusters, la relazione annuale della Coca Cola. E sapete cosa c’era scritto sulla copertina di questa relazione? “Raggiunto un miliardo; mancano 47 miliardi”. Secondo il dipartimento di ricerca della Coca Cola, ogni giorno vengono bevute in tutto il mondo 48 miliardi di bevande non alcoliche come il tè, il caffè o la soda. Purtroppo, sfortunatamente, il consumo di Coca Cola rappresenta solo uno dei 48 miliardi di bevande bevute quotidianamente. Quindi, nella relazione annuale agli azionisti, ai cari azionisti, c’era scritto: “Ci spiace: la Coca Cola viene bevuta solo un miliardo di volte al giorno, ma vi promettiamo che presto anche gli altri 47 miliardi saranno nostri”.
Provate semplicemente a immaginare il tipo di mentalità che c’è dietro la nostra economia globalizzata. Anche se tutti bevessero Coca Cola, che succederebbe? Saremmo tutti davvero felici e appagati? Saremmo altruisti e amorevoli gli uni verso gli altri?
Se non sappiamo quando il troppo è troppo, non ci fermeremo mai. Quindi, il messaggio della spiritualità, del Mahatma Gandhi, di S. Francesco d’Assisi, del movimento ecologico, è molto semplice: conosci i tuoi limiti. E celebra la natura, non conquistarla. Questa celebrazione ti darà gioia, soddisfazione, felicità, “ananda”. In India definiamo ananda la gioia della vita, il conoscere i propri limiti e il celebrare ciò che si ha. Abbiamo abbastanza. La luce del sole, in alto nel cielo, è splendida e magnifica. Ogni giorno nei giardini sbocciano fiori e crescono frutti, mucche danno latte, gli uccelli volano nel cielo. Che dono immenso, quanto siamo fortunati. Tuttavia, gli esseri umani sono preoccupatissimi per cosa mangeranno domani. E le persone più angosciate sono quelle che vivono negli Stati Uniti, le più ricche al mondo. Esse sono estremamente inquiete per ciò che avverrà.
Sulla Terra, il 97% delle creature viventi sono non-umane. Le tigri, gli elefanti, i serpenti, le farfalle, i vermi, i cervi, i gatti, le mucche, i cani… milioni di creature viventi. Gli esseri umani sono solo il 3%. Il 97% della massa vivente sul pianeta vive bene, mangia bene, ha un riparo, acqua, spazio, non ha soldi, non ha la Monsanto, la Coca Cola, i McDonald’s, i mercati azionari, il libero mercato, il Nafta, il Gatt.
Noi, 3% di esseri umani, ci chiediamo angosciati se domani avremo qualcosa da mangiare. Ho viaggiato a piedi dall’India a Washington senza un penny, ma non ho mai sofferto la fame. All’età di cinquant’anni ho fatto un pellegrinaggio di 3000 chilometri in Inghilterra, senza un penny in tasca. Non c’è stato un solo giorno in cui abbia sofferto la fame.
Quando fai un pellegrinaggio, non devi avere soldi. Affinchè sia davvero un viaggio dell’anima, mentre cammini devi essere vulnerabile e senza denaro. Questa penuria è una malattia della mente che ci è stata data dagli economisti. Monsanto, McDonald’s, tutte le grandi aziende del mondo: non sono loro a nutrirci, è la Terra, la Natura, il Dio e la Dea Madre.
Abbi fiducia in te stesso: questo, per me, è il cammino senza meta, il titolo del mio libro. Nessuna meta crea un cammino, è la ricerca in sé la nostra ricompensa. L’idea che devo avere successo, conquistare questo e quello… Dobbiamo abbandonare questa concezione materialista del mondo, a favore di una filosofia della semplicità, della gioia e del vivere sano.
Satish Kumar è direttore della rivista “Resurgence” dal 1973 e ha fondato lo Schumacher College nel 1991. La sua autobiografia, appena uscita, No Destination, è pubblicata da Resurgence Books.
Questo articolo è tratto da una conferenza tenuta al New York Open Center. Copyright originale Lapis Magazine.
Traduzione di Gagan Daniele Pietrini. Copyright per l’edizione italiana:Innernet.
Tratto da Aam Terra Nuova n. 199 – ottobre 2005
Visita il sito di Aam Terra Nuova
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Inserito da: Alex Barbieri


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Gabriella
dice:Chi ci nutre è la dea madre, dio,la natura…Condivido la visione gandhiana di Kumar che mi pare di rintracciare anche nelle riflessioni teologiche di R:Pannikkar. Ad ogni modo mi pare riduttivo ritenere che la spiritualità cosmica appartenga all’oriente mentre all’occidente solo la mentalità tecnologica. Ciò è vero a partire dal XVI sec. ma prima? Molto della visione antropocosmica gandhiana è rintracciabile nel XIII sec….Basta consultare sul sito “ilmiolibro.i” il testo “Tommaso d’Aquino per il xxi secolo” di m. la spisa