I paesi del G8 armano chi vìola i diritti umani

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I paesi del G8 armano chi vìola i diritti umani. A dirlo non sono gli sgarruppati e disobbedienti “new-global” del centro sociale Leoncavallo. E nemmeno gli accaniti sbandieratori dei gonfaloni di pace che in queste settimane hanno colorato i balconi nelle nostre città. E non sono neanche i girotondini dell’ultima ora che hanno nel portafoglio, […]

I paesi del G8 armano chi vìola i diritti umani. A dirlo non sono gli sgarruppati e disobbedienti “new-global” del centro sociale Leoncavallo. E nemmeno gli accaniti sbandieratori dei gonfaloni di pace che in queste settimane hanno colorato i balconi nelle nostre città. E non sono neanche i girotondini dell’ultima ora che hanno nel portafoglio, come santino, l’immaginetta di San Nanni Moretti da Roma. Stavolta ad accusare i potenti della terra c’è qualcuno il cui rigore nel portare avanti battaglie di denuncia a livello mondiale è difficile da mettere in discussione. Già, perché a rilasciare questa pesante affermazione è stata Amnesty International, l’organizzazione presente in 140 nazioni che da 40 anni si batte per la difesa dei diritti umani nel mondo e che nel 1977 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

Proprio alla vigilia dell’annuale vertice mondiale dei paesi del G8 (summit che si terrà in Francia, a Evian, dall’1 al 3 giugno 2003) Amnesty International ha presentato questa settimana un rapporto dal titolo \”Un catalogo di fallimenti: esportazioni di armi dei paesi del G8 e violazioni dei diritti umani\”.
Si tratta di un corposo “libro-denuncia” (strutturato in 10 capitoli, 88 pagine e 43mila parole leggibili integralmente al sito amnesty.org) in cui l’organizzazione internazionale afferma che, tra il 1997 e il 2001, almeno due terzi dei trasferimenti globali di armi sono partiti da cinque paesi del G8: Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Stati Uniti. In questi, così come negli altri tre paesi del G8 (Canada, Giappone e Italia) sono in vigore leggi che prevedono l\’emissione di una licenza per le esportazioni militari. Il Giappone addirittura proibisce ufficialmente questi trasferimenti. Eppure, in ciascun caso, il rapporto denuncia come i controlli siano inefficaci o vengano scavalcati. \”Nonostante le assicurazioni contrarie – cita la relazione – i governi dei paesi del G8 forniscono armi ai peggiori violatori dei diritti umani su scala mondiale. La tecnologia militare e di sicurezza delle principali potenze del mondo continua a finire, grazie a controlli inadeguati, nelle mani di regimi che commettono gravi abusi dei diritti umani\”.
In seguito alla pubblicazione del rapporto, Brian Wood, coordinatore di Amnesty International per le attività sul controllo delle armi, ha detto: \”Se c\’è una lezione che il G8 deve imparare dal conflitto dell\’Iraq, è quella che non possiamo consentire alla comunità internazionale di fornire armi a coloro che commettono gravi violazioni dei diritti umani e poi rafforzarli e proteggerli in modo che possano continuare ad agire impunemente\”.

Pochi controlli
Scorrendo le pagine della corposa denuncia si evidenziano tre situazioni che destano preoccupazione:
1) I mediatori e i trafficanti di armi che risiedono nella maggior parte dei paesi del G8 possono fornire armi ai paesi violatori dei diritti umani semplicemente spostando i loro traffici in \”paesi terzi\” dove vigono minori controlli.
2) La maggior parte dei paesi del G8 non hanno leggi idonee a prevenire l\’esportazione di forniture di sicurezza a forze di sicurezza straniere che sono solite usare strumenti leciti per infliggere torture e maltrattamenti, così come per impedire l\’uso di strumenti come le armi elettriche fino a quando i loro effetti non saranno pienamente conosciuti.
3) Con la scusa della \”riservatezza commerciale\”, viene a mancare la disponibilità di informazioni utili e tempestive agli organi legislativi, ai mezzi d\’informazione e al pubblico sulle decisioni riguardanti le esportazioni di armi. In questo modo, il controllo parlamentare e dell\’opinione pubblica risulta fortemente indebolito.
Sulla base di queste analisi, Amnesty International chiede quindi alla comunità internazionale l\’adozione di un trattato mondiale sul commercio delle armi, volto a rafforzare e armonizzare i meccanismi nazionali di controllo e interrompere il flusso di armi verso chi viola i diritti umani.

Il caso Italia
Sul fronte del nostro paese, Amnesty International ha sottolineato tre casi emblematici, riassunti qui sotto:
1) Nel 1996 e 1997 le aziende italiane hanno venduto pistole, fucili e munizioni per un valore di 13 miliardi di lire all\’Algeria, un paese devastato da gravi abusi dei diritti umani che hanno causato la morte di oltre 100.000 persone ad opera delle forze di sicurezza, delle milizie filo-governative e dei gruppi armati di opposizione. Nel 1999 il governo ha autorizzato l\’esportazione in Algeria di 5000 fucili Beretta PM 12S, trasferiti poi lo stesso anno. Di fronte a una richiesta di Amnesty, i funzionari responsabili delle licenze non sono stati in grado di verificare l\’esistenza di alcuna procedura idonea ad assicurare un adeguato livello di responsabilizzazione e di formazione delle forze di sicurezza algerine destinatarie di questo materiale. Nel corso del 2000, il numero degli abusi commessi dalle forze governative e dai gruppi armati di opposizione (imboscate, massacri, scontri a fuoco, attentati) è cresciuto, provocando la morte di centinaia di persone. Ciò nonostante, nello stesso anno il governo ha autorizzato il trasferimento in Algeria di \”materiale militare\” per un valore di 2 milioni di euro e di equipaggiamento militare non specificato per un valore di 13 milioni di euro.
2) La notte del 5 agosto 2000 la polizia ha arrestato nei pressi di Milano il cittadino straniero Leonid Minin. Nella sua camera d\’albergo sono stati rinvenuti documenti che attestavano la vendita illegale di armi a uno dei più sanguinari gruppi armati di opposizione del continente africano, il Fronte rivoluzionario unito della Sierra Leone. Nel giugno del 2001 Leonid Minin è stato incriminato per traffico illegale di armi. I giudici italiani tuttavia hanno dichiarato che era assai difficile procedere in giudizio nei confronti di una persona accusata di traffico illegale di armi originato e svoltosi al di fuori del territorio italiano.
3) Le forze di sicurezza della Nigeria continuano a ricorrere a un eccessivo uso della forza in risposta alle proteste contro le attività delle compagnie petrolifere. Nel 2000, esse si sono rese responsabili di uccisioni su larga scala nello stato di Benue. Sull\’accaduto non sono state svolte indagini indipendenti. Le forze di sicurezza nigeriane hanno in dotazione fucili Beretta M12 e pistole Beretta M951 da 9 mm.

Testo di Alberto Burba

Tratto da: www.libero.it


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