Come nell’antica Roma

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Nei circhi dell’antica Roma oltre alle lotte dei gladiatori si usava organizzare combattimenti all’ultimo sangue tra animali. Anche se lo scopo non è più solo quello ludico più o meno la stessa cosa accade tuttora durante le battute al cinghiale. Se la vittima designata di questi massacri sono ovviamente i cinghiali, a pagare con il […]

Nei circhi dell’antica Roma oltre alle lotte dei gladiatori si usava organizzare combattimenti all’ultimo sangue tra animali. Anche se lo scopo non è più solo quello ludico più o meno la stessa cosa accade tuttora durante le battute al cinghiale. Se la vittima designata di questi massacri sono ovviamente i cinghiali, a pagare con il sangue sono anche i cani dei mattatori.

Durante questo periodo gli ambulatori dei veterinari di zona sono pieni di cani da caccia squartati dagli attacchi, peraltro ovvi, visto che in ballo c’è la loro sopravvivenza, dei cinghiali. Inoltre le lunghe giornate di sole hanno prolungato il calore delle femmine di cinghiale, quindi le cucciolate sono ancora molte e le madri come è noto sono molto più aggressive per proteggere i loro piccoli. A pagare questa aggressività anziché i cacciatori sono i loro “amati” cani, mandati al macello per scovare la preda e spingerla verso la muta. Una volta stanato, il cinghiale ovviamente reagisce e quindi è raro se non impossibile che alla fine di ogni battuta qualche cane non rimanga gravemente ferito, anche perché a differenza dei padroni non ha un fucile, oppure rimane ucciso e la carcassa lasciata abbandonata. Inoltre molti cani si perdono nel bosco andando a rinvigorire la folta schiera dei randagi.

Un fenomeno tutt’altro che marginale in quanto come confermato dagli ambulatori veterinari i cani che rimangono vittima degli attacchi sferrati dai cinghiali per difendersi sono diverse decine, alcune volte squartati oppure riportando fratture e perforazioni soprattutto dei polmoni. Alcune volte i cani riescono a recuperare completamente dall’infortunio. Nei casi più gravi, invece, se non muoiono per le ferite riportate, quando non riescono a recuperare la piena efficienza venatoria rischiano di essere trattati al pari di uno strumento che non serve più e quindi inutile da tenere, facile immaginare il resto. Le uniche vittime di questo costume sono, oltre ai cinghiali, solamente loro.

Infatti i cacciatori, protetti dalle loro postazioni e dalle canne del fucile da dietro le quali guardano e “amano” la natura, le uniche ferite che rischiano di riportare sono quelle dei pallini dei loro compagni che, bramosi di aggiudicarsi una preda, o sparano alla cieca oppure alla prima cosa che si muove. Inoltre a questo fanno gioco anche le tenute paramilitari mimetiche che i cacciatori indossano per fare pendant con l’arma imbracciata, e che, se non ingannano gli animali troppo intelligenti per non accorgersene, forse confondono gli altri colleghi di caccia. Fatto sta che quella dei cani martoriati durante le battute sta rischiando di diventare anche un serio problema che inizia a far pizzicare anche le coscienze non animaliste, magari insensibili verso il destino dei cinghiali, ma che per la sua domesticità hanno a cuore i destini dei migliori amici dell’uomo, o meglio, amici solo di quelli che non li mandano a morte.

Testo di Andrea Boccalini

Tratto da: Corriere dell’Umbria


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