Chiudete gli occhi

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Prima di mangiare cibi natalizi per i quali provate disgusto, tipo il capitone o i datteri, prima di baciare un parente che odiate, prima che vostra zia faccia tombola come ogni anno, prima che i bimbi di casa abbandonino i costosissimi giocattoli che avete loro comprato e si mettano a giocare con la scatola e […]

Prima di mangiare cibi natalizi per i quali provate disgusto, tipo il capitone o i datteri, prima di baciare un parente che odiate, prima che vostra zia faccia tombola come ogni anno, prima che i bimbi di casa abbandonino i costosissimi giocattoli che avete loro comprato e si mettano a giocare con la scatola e la carta regalo…
Prima di tutto questo noi di Scandali vi proponiamo di chiudere gli occhi.
Lo avete fatto? Bene: anche nel mondo globalizzato ci sono posti dove il Natale è diverso…
Lasciatevi trasportare.

Siamo a Betlemme…
Nel settembre 2000 è iniziata la seconda Intifada. Da allora 2730 palestinesi e 854 israeliani sono stati uccisi.
A Betlemme la disoccupazione raggiunge il 65%.

Sentiamo come vanno le cose da Padre Amjad Sabbara, frate minore e parroco di Betlemme, che ci parla dalla chiesa di S.Caterina.
“C’è una famiglia di parrocchiani con sei bambini, la mamma in dialisi ed il padre che non lavora da più di tre anni. Lavorava in Israele come costruttore, ma con la chiusura dei territori non può andarci più. Stiamo cercando d’inventare dei lavori, così il padre può lavorare per due, tre settimane e ricevere un aiuto dignitoso”.

Lasciamo la simpatica cittadina che ha dato i natali a Gesù Cristo e spostiamoci all’altro capo del mondo, in America Latina. Qui, in Nicaragua, vive Mauro Morbello, che è un rappresentante di Terre des Hommes, una organizzazione non governativa.
Dopo un decennio di guerra civile, il Nicaragua ha vissuto negli anni ’90 una relativa pace sociale. Nel 1998 l’uragano Mitch ha ucciso migliaia di persone e lasciato senza tetto il 20% della popolazione.
Mauro ci racconta come si vive alla periferia di Managua, la capitale del Nicaragua e nelle campagne circostanti.
“I bambini per portare un po’ di alimento a casa devono raccogliere i rifiuti nel mercato ortofrutticolo generale della città. Anche nelle zone rurali spesso lavorano nei campi da novembre a febbraio insieme con i genitori, che vanno a fare la raccolta di caffé in Costarica”.
Ma quanto si lavora?
“Dall’alba fino alla fine del pomeriggio. Una media di 12 ore al giorno. Purtroppo vengono utilizzati i bambini perché arrivano all’altezza della raccolta del caffé e hanno una sensibilità nelle mani superiore a quella degli adulti”.

E ora agganciati alla slitta di Babbo Natale voliamo in Zambia.
Dopo decenni di regime, elezioni libere si sono tenute per la prima volta solo nel 1991, ma gli ultimi dieci anni sono stati caratterizzati da votazioni truccate, tentativi di colpi di stato e disordini interni. Oggi l’aspettativa di vita è di 33 anni per gli uomini, 32 per le donne.
In Zambia ci aspetta Don Piero Milan, prete comboniano, parroco di una parrocchia in un grande sobborgo all’estrema periferia della capitale Lusaka.
“Proprio ieri c’è stato uno sciopero dei piccoli bus che portano la gente in città. E’ salito il prezzo del biglietto: per andare e tornare in città dal lavoro occorre un euro al giorno, mentre la gente vive con un salario di molto inferiore a un euro la giorno. Quindi la mattina presto, giovani, uomini, donne che vanno al mercato, persone che vendono dolciumi in mezzo alla strada, partono verso le 3.30’, quattro del mattino e tornano verso le 5, le 6 del pomeriggio. Camminano per 14, 15 chilometri al giorno. Proprio oggi sono venuti a dirmi che due parrocchiani sono morti di colera. Come succede ogni anno, con l’inizio della stagione delle piogge”.
Insomma, in Zambia il periodo di Natale coincide con la stagione delle piogge…
\”Dai primi di dicembre fino alla fine di febbraio ci sono piogge torrenziali. Molte di queste baracche franano e la gente deve cercare un posto per dormire. E\’ un pandemonio”.
Ma i regali a Natale se li sono fatti lo stesso!
“Oggi è venuta a trovarmi una bambina di circa 12 anni. Le ho chiesto che regali avrà a Natale e lei mi ha risposto: “cavoli”.
A Natale mangiano cavoli”.

Restiamo in Africa, ma spostiamoci verso il mare.
Andiamo in Sierra Leone, piccolo stato sull’Oceano Atlantico.
Dal 1991 al 1999 il paese è stato devastato da una guerra civile, caratterizzata anche dal triste fenomeno dei bambini soldato. Il bilancio nell’arco di quasi 10 anni è di più di 75 mila morti in uno stato di 4 milioni di persone, con due terzi della popolazione costretti alla fuga in Guinea e Liberia.
Michela Franz, medico di Emergency, lavora in un piccolo villaggio vicino a Freetown, la capitale della Sierra Leone.
“Abbiamo un bimbo piccolo in ospedale che è stato ricoverato per malnutrizione e malaria. Vicino a lui c’è una ragazzina. Le ho chiesto se fosse lei la mamma. Mi ha risposto che era la sorella. Ha 12 anni. La mamma è morta un paio di settimane fa per una cosa che non si sa. Qui spesso non si sa di cosa muore la gente. Le ho chiesto ancora:”Sei tu che badi al bambino?” Mi ha risposto affermativamente. “E tuo padre dov’è?” “Non si sa”, mi ha detto. Ha altri 4 fratelli più piccoli e lei in pratica fa la mamma a tutti quanti. Per stare vicino al letto del piccolo è rimasta digiuna non si sa per quanto tempo\”.
Ma cosa fa per vivere la gente in Sierra Leone?
“Ci sono tante persone che stanno 12 ore sotto il sole a spaccare sassi, dai bambini più piccoli di 3 anni agli anziani. Li vendono ai costruttori guadagnando più o meno 1 dollaro al giorno”.
Un dollaro al giorno!

E allora buon Natale a tutti…
ma proprio a tutti!

Tratto da: www.radiocapital.it


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