Ai confini dell’umano

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Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte di Massimo Filippi Gli animali,  la morte e noi Forse  è  brutto  a  dirsi,  ma  circolano  troppi  libri  e  immagini  sugli  animali,  libri  e  immagini  che  quotidianamente  contribuiscono  a  consolidare  la  nostra  immagine  di  specie  predatoria  e  dominante  rispetto  a  tutto  il  resto  del  mondo  non umano,  […]

Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte

di Massimo Filippi

Gli animali,  la morte e noi

Forse  è  brutto  a  dirsi,  ma  circolano  troppi  libri  e  immagini  sugli  animali,  libri  e  immagini  che  quotidianamente  contribuiscono  a  consolidare  la  nostra  immagine  di  specie  predatoria  e  dominante  rispetto  a  tutto  il  resto  del  mondo  non umano,  visto  (quando  va  bene  e  per  specie  particolari)  con  curiosità  o  con  un  afflato  romantico  per  una  “natura”  ormai  perduta.

Rari  sono  invece  i  libri  che  si  propongono  di  sviluppare  un  pensiero  non  “sugli”  animali –  un  pensiero  che  non  li  trasformi  in  oggetti  buoni  da  mangiare,  da  idealizzare,  o  anche  soltanto  da  pensare – ma  che,  a  partire  dagli  animali,  tenti  un  effettivo  rovesciamento  della  nostra  comune e ordinaria  prospettiva  antropocentrica.  Ai confini dell’umano. Gli animali e la morte  di  Massimo  Filippi  recentemente pubblicato da Ombre corte è  uno  di  questi.

Qualcuno  ha  detto  che,  in  fondo,  l’esperienza  del  viaggio  è  il  tema  profondo  ed essenziale  di  ogni  letteratura  occidentale,  fin  dalla  sua fondazione  omerica.  E  questo  libro  ci  propone  proprio di intraprendere  un  viaggio.  Certo  un  viaggio  insolito,  sia  per  quelli  che  da  animalisti  si  impegnano  quotidianamente  nella lotta  per  la  liberazione  animale,  sia  per  quelli  che, adagiati  su  un  tetto  troppo  comodo,  non si avvedono che  nei  bassifondi  tutto  brucia.

Un  viaggio  che,  come  tutti  i  veri  viaggi  non  solo  ci  allontana  da  ciò  che  è  conosciuto,  dal  mondo  che  guardiamo  ormai  con  occhi  chiusi,  ma che ci invita anche ad avventurarci  in  veri  e propri passaggi  di  soglia, ad un’esperienza  della  morte,  a una discesa  nell’Ade  e  ad una successiva difficile quanto necessaria risalita. 

E  come  in  ogni  viaggio  che si rispetti anche  qui  si  incontrano  ostacoli,  prove,  Scilla  e  Cariddi  (filosofi  analitici  e  continentali),  insieme ad  intercessori e aiutanti – in  questo  caso  filosofi  frequentati  e  amati,  come  Adorno  e  Derrida  (tra  i  molti  altri),  nonché  storie  e  personaggi  che  fanno  pensare.

Cosa  muove  al  viaggio?  La  cognizione  del  dolore  e  un  profondo  con-sentire  che  la  sofferenza  del  mondo  e  nel  mondo  non  è  né  giusta  né  tollerabile.

Se,  come  sosteneva  Adorno, «la  misura  della  filosofia  è  proprio  la  profondità  con  cui  si  accerta  del  dolore», la  riflessione  filosofica  è ancora più necessaria se  prende parola  nel  paesaggio in  cui  ci  troviamo  a  vivere, paesaggio  caratterizzato  da  un  silenzio  assordante, se  dà voce  a  quelli  che  non  ce  l’hanno,  o  l’hanno  troppo  fievole  o  a  cui  sono state  tagliate  le  corde  vocali per nascondere il loro irredimibile dolore.

Qui parla un  mondo  che  il  sistema  biocapitalistico  di  sfruttamento  del  vivente  e  dei  suoi  cicli  rapina  irreparabilmente,  producendo  centinaia  di  migliaia  di  morti  di  homini  sapientes  per  fame  e  guerre  ogni  giorno  e  miliardi  di  vittime  nei  mattatoi  (più  o  meno  industrializzati  o  domestici)  di  tutto  il  mondo.

Eppure  proseguiamo  allegramente  come  se  nulla  fosse,  tappandoci  le  orecchie  e  gli  occhi  per  non  sentire  e  non  vedere,  come  se  ad ogni istante non continuasse a perpetuarsi  lo  sterminio  e  l’annichilimento  di  esseri  senzienti,  perché,  come  ha  affermato  lo  scrittore  ebreo  Isaac  Bashevis  Singer «che  ne  sanno  di  quelli  come  te  gli  studiosi,  i  filosofi,  i  leader  di  questo  mondo?  Si  sono  convinti  che  l’uomo,  il  peggior  trasgressore  di  tutte  le  specie,  sia  il  vertice  della  creazione:  tutti  gli  altri  esseri  viventi  sono  stati  creati  unicamente  per  procurargli  cibo  e  pellame,  per  essere  torturati  e  sterminati.  Nei  loro  confronti  tutti  sono  nazisti;  per  gli  animali  Treblinka  dura  in  eterno».

È perché  nasca  e  fiorisca  un  altro  pensiero  radicale  della  liberazione  che  Massimo  Filippi  ci  invita  a  lasciare  che  gli  inciampi  del  nostro  linguaggio  quotidiano,  profondamente  intriso  di  antropocentrismo,  ci  risveglino  a  un’altra  consapevolezza;  a  ridare,  in  qualche  modo,  la  parola  a  quelli  che  non  l’hanno,  ad  ascoltarli,  a  lasciarsi  toccare  in  profondità  dalle  loro  storie  e  dal loro respiro,  a  lasciarsi  guardare  e  ri-definire  a  partire  dalla  carne  e  dai  limiti  comuni. 

Filippo Trasatti

Liberazione –  25/03/2010

www.liberazione.it

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News Inserita da Daria Mazzali Redazione Promiseland.it

 


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